PIEROT

 

Nulla è fragile quanto un sogno, se tutt’intorno è sempre mattina. Mi sono destato e ho trovato questo vestito adagiato accanto al letto, steso sullo schienale della seggiola che uso solo per appoggiare gli oggetti. In mancanza di un comodino, c’è quella vecchia e malandata porzione di legno e paglia: tutto si presta ad assumere scopi differenti, quando è il senso dell’adattamento a guidarci. Ma poi, perchè un vestito bianco? E di un bianco lucidissimo, oltretutto, pare neve fresca esposta ad un sole debole che si rende a lei inoffensivo, come quello che nei giorni di gennaio illude le persone di potersi anzitempo preparare alla brezza mite della prossima stagione. E questi grandi bottoni, poi! Neri come la pece, foderati di raso, morbidissimi al tatto. Ma guarda… anche un cappello. Ha lo stesso colore del vestito, si vede che il sarto peccava di immaginazione. Si direbbe una sorta di papalina, priva di ornamenti, certo meno solenne di quella dei porporati in chiesa. Dovrò provare prima quella, si, molto prima del vestito che ho ricevuto: coprirò la testa senza lasciare che un solo capello sgusci dalla stoffa, mi porterò con pochi passi innanzi allo specchio e lì giudicherò. Solo allora sceglierò se indossare o no il resto. Cappello… cappello e niente guanti? Credevo che l’uno dovesse presupporre gli altri. No, ammetto di non essere ben aggiornato circa le mode: del resto, fintanto che me ne sto qui, fintanto che non vado a vedere come gira il mondo lì fuori… Suvvia, quanto tempo dovrà passare ancora? Ho smarrito l’ultimo ricordo di un volto che non fosse il mio, oltretutto a me invisibile se non tra le cornici dello specchio! Eh no, ora si alza i tacchi: ecco quello che farò, indosserò il vestito nuovo, ovviamente subito dopo essermi ammirato con questo cappello sulla testa, e aprirò la porta della stanza. Nel scendere le scale, se incontrerò qualcuno, lo saluterò con cortesia, e con altrettanta cortesia il saluto mi verrà ricambiato. Appena giù in strada, mi lascerò assordare dagli schiamazzi della gente, farò colazione al caffè più lontano, dove giungerò passeggiando. Se pioverà, camminerò al riparo sotto i portici, e di tanto in tanto mi guarderò riflesso sulle vetrine, giusto quel poco per controllare che il vestito sia in ordine. Non intendo con questo dire di aver perduto del tempo, albergando notte e giorno, ossia per molte notti e molti giorni, tra le mura di quella che qualcuno potrebbe trovare simile, almeno per le dimensioni, alla cella di un monaco. La mente di un solitario è tanto più incommensurabile quanto più si riduce lo spazio percettibile ai sensi. Ebbene, io questa stanzetta l’ho saputa così spesso ingrandire, l’ho spinta non solo oltre i muri che ne delimitano il perimetro, ma oltre lo stesso palazzo che la contiene. Sono diventato il Minotauro nel labirinto in cui nessun eroe greco ha ancora avuto accesso. E come Astolfo ho raggiunto anche la luna, non per cercare un senno che l’amore folle ha gettato tanto lontano, ma semplicemente per starmene adagiato sulla sua falce, quando il sole ne rivela unicamente uno spicchio sottile. Però devo ora uscire, farlo davvero, vedere l’universo che da anni ho escluso con gli occhi non della mente, stavolta, ma della percezione. Ecco, il cappello è bene infilato sulla testa: allo specchio, presto. Mio dio… la mia faccia. Volevo ammirare la fattura del copricapo e non riesco a scorgere che la faccia. Possibile che stia ancora piangendo? La lacrima, sempre la stessa. Sempre lì, a metà tra l’occhio e la guancia: questa non passa mai, da che esiste lo specchio, lei è lì, ferma sul mio viso come un tratto indelebile. Se tento di rimuoverla, subito ricompare, spunta come la coda di certi rettili che ricresce quando viene mozzata. Oh, compagna! Te ne stai sempre lì, umida, sembri un piccolo orpello acquoso nel deserto della pelle: poco distante, appena sopra quella duna a cui non arrivi mai e che si spinge quasi fino alle labbra, c’è la tua fonte, la fonte che io uso per vedere la mia immagine allo specchio. Cara lacrima, cara amica, non è strano tutto questo? Tu nasci dalla stessa madre da cui sono generate le immagini che raggiungono la mia anima. Comincio a capire. Si, deve essere l’ora in cui si comincia a capire: il sarto mi vuole con questo buffo vestitino bianco perchè sei stata tu a suggerirlo, nulla è più simile a te di un colore che li contenga tutti. Come tutte sono le pulsioni che, dal fondo di ciò che sono, ti fanno sgorgare, salendo su fino al volto su cui finisci per cullarti. E lo sai ora che farò? Metterò tutto il vestito! Sarà la tua tenda oltre la quale tu potrai guardare il mondo a cui ti offri. Un mondo triste, si, triste come solo il mondo sa essere. Se diceva bene Spinoza, il mondo è dio. E dio, quindi, è triste: tu ne sei l’essenza, lacrima cara, tu sveli quanto i più nascondono dietro sguardi troppo indaffarati per capire quanto sono infelici. Come dici? Prendo con me la chitarra? Potrei, si… potrei usarla per accompagnare il pianto sommesso di chi si vergogna di quello che è. Persone così, oggigiorno, si nascondono, ma non mi sarà troppo difficile trovarle, perchè si dice che il modo più efficace per celarsi sia proprio l’esporsi. Basta tenere questo in mente. Ce ne andremo tu ed io per terra e per mare, ci mostreremo a loro senza abbagliarli e ci faremo udire senza urlare: dapprima resteranno increduli, forse ci accuseranno perchè, si dice, una lacrima mostrata è più impudica della nudità. Ma finiranno per volerci bene. Li porteremo qui, a casa nostra, sai, solo chi non sa più sognare trova davvero piccole le stanze piccole. Loro no, non hanno perso la voglia di sognare, ed è per questo che sono tristi: sono bambini che hanno lasciato il corpo crescere oltre la misura che un cuore sa conoscere, e per questo, nella loro carne tanto larga, si sentono soli. E allora, se non potremo far si che i loro grandi corpi si rimpiccioliscano, troveremo il sistema di farne crescere i cuori: non smetteranno di piangere, questo no, anzi, forse lo faranno ancora più di prima. Ma non ne avranno vergogna alcuna. Mai più. Manodopera sottratta alla Babele dell’Orgoglio, ai tentacoli degli affaristi che portano a spasso il sorriso bonario quanto il mostrare le zanne affilate di un predatore, forse saranno oggetto di disprezzo. Ma nessuno li potrà toccare, perchè quella lacrima sarà il loro marchio di Caino, stigma che solo chi rinnega la sacralità di un fratello può ricevere. Voi lacrime avete quello strano potere di scaldare la pelle quando essa gela. Ecco, io sarò colui che lascerà gli uomini liberi di rifocillarsi al calore della vostra essenza.

PIEROTultima modifica: 2011-01-18T16:16:07+01:00da bass-cocteau
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