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Strana calzatura, lo stivale, tanto è spezzettato e ricucito come si usava fare ai tempi dei vecchi artigiani ciabattini, sovrapponendo brandelli di cuoio di scarto. Davvero strana la terra che Dante disse nave sanza nocchiere in gran tempesta/ non donna di provincie ma bordello (Purgatorio, VI, 77-78), nella commedia che fu idioma in seguito ufficiale. E un inno davvero bruttino, almeno agli orecchi dei melomani di cui il suolo fu asilo e nido: colpa del Novaro che prese il testo del garibaldino Mameli e lo consegnò al pubblico costretto a subirsi la marcetta di tanto in tanto, accuratamente evitando di impararla a memoria.
E ancora: strana storia, quella recente della Cosa Pubblica, nata con uno scarto esiguo di voti popolari su quelli dati al vergognoso Regno Sabaudo, storia intrisa di misteri mai chiariti, sepolcri fatti di depistaggi e segreti di Stato, di omissis nei documenti ufficiali e ovviamente dalle conseguenti teorie del complotto e della cospirazione; strana l’anomalia del Cristianesimo che reclama la sua fetta di potere decisionale, facendo della sua essenza irrazionale un codizionamento alla razionalità del diritto pubblico; strano il destino dei beni culturali, bistrattati dall’incompetenza dei Ministeri.
Ma quante cose paiono giustificare il mio imbarazzo davanti al Tricolore e l’intima convinzione di non riuscire ad amarlo affatto!
Qualcuno, oltre l’Atlantico, abitante in un Paese non certo migliore, mi ha detto una volta che “una penisola che il mondo identifica per lo più usando parole come mafia o camorra non può certo essere governata da altri che un delinquente…”. La lista dei capi d’imputazione del nostro Primo Ministro non pare smentire questa affermazione. C’è un’identità diversa? Magari non bassa quanto quella strenuamente sventolata dalle tribune dei campi da calcio, dove la legione dei corazzati dell’Impero dei Cesari ha lasciato il posto ai virtuosi della sfera da colpire di punta o di tacco? Magari che vada oltre il defunto Spirito Romantico di seconda scelta, quello del Risorgimento che non si può paragonare lontanamente al fervore dell’oltr’alpe? Fummo fatti italiani per idolatrare i nuovi eroi televisivi, le troiette gieffine, le sciacquette che tengono l’ombrellino ai motociclisti dottori, i palestrati scimmioneschi e tariconici il di cui fardello ci liberò solo un paracadute difettoso?
Eppure, un tempo, fummo scopritori di mondi. Marco Polo, Colombo, Vespucci. Scoprimmo la terra dello Zio Sam, e di tale zio oggi siamo il cagnolino fedele e scodinzolante: quale amarezza, per la povera bestiola che diventammo, lo scoprire che dai cosiddetti stati canaglia in cui il padroncino americano ci mandava a giocare, non c’era alcun osso da rosicchiare!
Comunque, una dignità non smettemmo mai di cercarla. Nacque, morì e risorgette a più riprese quel Made in Italy o Italian Style che, haimè, non ebbe mai le pretese di continuità legate a Giotto, Raffaello, Masaccio.  Eccettuate poche parentesi (come il cinema di Fellini e Antonioni, la musica d’avanguardia di Berio, la poesia ermetica di Luzi) ci gettammo sempre sull’estetica del futile. I nostri intellettuali finirono per essere Oriana Fallaci e Vittorio Feltri, i quali forse avrebbero fatto meglio a impiegarsi nel terziario o nella manodopera a basso costo. D’altra parte, non potevamo pensare che dopo un Papini non ne avrebbero fatti altri.
La nostra storia: quella delle esaltazioni hic et nunc e dei successivi ripensamenti ci portò a momenti bui (il Ventennio Fascista, da alcuni stupidamente rimpianto), le stragi a colori, la Milano da bere, lo sfascio economico e politico capitanato dal Bettino Esiliato i cui amici stanno ora a tirare le redini dell’attuale carrozzone.
Ebbene, centocinquant’anni fa fu detto che “fatta l’Italia, bisognava fare gli Italiani”. Purtroppo, invece, gli italiani c’erano già. C’erano con tutto il loro provincialismo; con il loro voltarsi sempre dalla parte più opportuna al momento, fosse la Germania di Hitler, la Russia di Stalin o l’America di Reagan; con il loro moralismo da condire con il sangue dei più deboli. C’erano già, gli italiani, non sapevano di chiamarsi italiani, ma la fratellanza dei meschini già esisteva. Ebbero spesso di che tentare le divisioni, guelfi, ghibellini, camice verdi padane che si inventarono radici inesistenti, per il terrore che suscitava il vedere nell’altro, come riflesso in uno specchio il proprio sudiciume.
E lo strascico: arrivisti di ogni status, troniste e poltronisti da auto blu, corrotti e corrosi, portaborse e leccachiappe. Nella diaspora, poi, avanzammo quali millantatori di arti amatorie, intelligenze brillanti in fuga a gambe levate dalla patria terra, eportatori di stato di non diritto imposto a colpi di revolver.
Mi si perdoni. Se mi lasciavano austriaco, centocinquanta anni fa, sarei stato decisamente più felice.

150ultima modifica: 2011-01-27T13:58:24+01:00da bass-cocteau
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