UNO STRANO CASO D’INFANZIA

 

Quanto mi accingo qui a raccontare, storia dai contorni inquietanti, sebbene non privi di fascino, si rifà a ciò di cui testimone diretto non sono io, bensì il Dottor XXX, mio maestro e buon amico recentemente scomparso. Uomo d’arte e di lettere, ultimo discendente di un nobile casato di Venezia, egli mi ha lasciato per volontà testamentaria il libro di memorie da cui ho estratto il racconto presente. Devo precisare che il palazzo descritto come casa d’infanzia dell’autore oggidì è di appartenenza ad un’altra famiglia, che è subentrata in tutti i possedimenti della dinastia dei Conti di cui il mio maestro fece parte, allorchè la decadenza delle nobiltà mise in ginocchio, alla fine dell’Ultima Grande Guerra, gran parte delle antiche stirpi titolate. Non ho ancora terminato di esaminare la grande quantità di fogli autografi lasciatimi da quest’uomo eccezionale: riporto tuttavia fedelmente questo episodio della sua vita, senza omettere né aggiungere nulla.

 

“Passai gli anni dell’infanzia accudito nel modo bizzarro in cui si usava per tradizione allevare i figli della cosiddetta Alta Società. Grande e vetusto, il palazzo di famiglia dava sul Canal Grande, confinando tra i Sestieri di Rialto e San Marco. Vi erano all’interno delle stanze destinate a me e a una donna fiorentina, la Signora Anna, responsabile della mia educazione. Alla Signora, donna esile ma dai modi rigidi e fortemente legata ad un senso della disciplina, ero stato affidato sin dalla tenera età di quattro anni. Mio padre, vedovo, fortemente attaccato a certe tradizioni di cui oggi potremmo sorridere senza troppo riguardo, occupava i piani superiori dello stabile: di rado egli scendeva fino alle mie stanze, e ancor più di rado le sue visite giungevano accompagnate dal più piccolo gesto affettuoso nei miei confronti. Solo dalla Signora Anna, sebbene incarnasse l’ideale dei vecchi precetti circa l’educazione dei fanciulli (almeno in presenza di mio Padre), si prodigava in sorrisi e carezze da me sempre bene accolti.

Compiuti i dodici anni mi vennero accordati alcuni momenti in cui potevo, o meglio dovevo, presenziare alla grande tavola in cui il Conte riceveva a pranzo o a cena alcune notabili famiglie della città e della provincia. Erano occasioni in cui non potevo proferire parola se non mi fosse stata direttamente richiesta e, poiché detta richiesta non veniva mai ad essere da parte di alcun ospite, passavo tutto il tempo consumando il pasto in assoluto silenzio. La mia distrazione, in quei momenti, consisteva nell’osservare quanto il mio sguardo potesse abbracciare, il salone, gli specchi sempre tirati a lucido, i modi composti del Conte mio padre. Già avanti con l’età, egli era completamente calvo, smilzo, stava eretto sulla sua sedia in modo non troppo naturale e tradiva una certa smorfia reggendo il suo monocolo sopra lo zigomo. Ignoravo se sarebbe giunto il giorno in cui avrei a mia volta assunto le sue espressioni gravi che sentivo essere tanto benaccette in società, quelle espressioni che sposano gli abiti scuri e le cravatte con ricamati gli stemmi di famiglia. Ma c’era un altro stimolo alla mia vista che colpiva la mia curiosità di ragazzino e che si proiettava su di me dal lato opposto a quello in cui io di solito sedevo, e proprio questo particolare si trova ad essere il vero vestibolo della mia strana avventura: un corridoio non lungo poco illuminato per l’assenza di finestre, terminava con una pesante porta di mogano che chiudeva una probabile stanza del palazzo da me mai visitata. Mai, durante i ricevimenti, l’avevo vista aperta, mai avevo sorpreso qualcuno mentre vi si avvicinava. Pareva addirittura che molti della servitù volessero ignorare di proposito il corridoio e la porta, quasi evitando il semplice avvicinarvisi. Ma chi ricordi i propri dodici anni, quel breve passaggio tra la condizione di fanciullo e la prima adolescenza, rammenterà la naturale inimicizia verso i segreti e l’istinto all’indagine dettato dalla semplice curiosità. Non osando rivolgermi a mio padre chiedendogli cosa vi fosse dietro il pesante legno in fondo al corridoio, finii per passare intere giornate a fantasticare su quale mondo si celasse dove nessuno pareva poter accedere. Inutilmente avevo interrogato la Signora Anna, dalla quale vi furono solo risposte assai vaghe e mille raccomandazioni a non entrare mai, per nessun motivo, all’interno di quella stanza da solo e senza il permesso del Conte. Si può quindi immaginare quanto finii dunque per pianificare un furtivo accesso alla camera proibita: le ore notturne, che sarebbero trascorse sotto la protezione del silenzio e del sonno generale, dall’oscurità sotto la quale si sepellivano tutte le attività del palazzo, mi sarebbero state favorevoli. Non dovevo fare altro che aspettare, per poi agire con la cautela data dalla consapevolezza di una sicura punizione allorchè i miei progetti si fossero palesati.

Venne dunque la notte decisiva. Vegliai, coperto dalle trapunte del mio giaciglio, fingendo che il sonno mi avesse rapito, fino a quando il pendolo della stanza accanto emise due rintocchi dopo la mezzanotte. Mi pareva oramai giunta l’ora più sicura e propizia a compiere senza rischi il mio sopralluogo, per quanto in esso non potessi allora vedere molto più di un semplice divertimento infantile, una marachella, un balocco non consentito ma pur sempre innocente. Guardingo, salii le scale recando in mano una lampada ad olio che irrorava un fascio luminoso tremolante, deformando gli oggetti che incontravo lungo il mio cammino, tanto le ombre di questi venivano allungate in modo grottesco e irregolare al riverbero della luce. Mi apparve in quegli istanti un mondo fantastico, fatto di cose le cui forme assumevano significati diversi da quelli che contemplavo nelle ore del giorno, una foresta magica prendeva vita dalle stesse cose che il mio lume trasformava e rivestiva di nuove e strane identità. Giunsi al grande salone da pranzo e non indugiai per un momento, dirigendomi subito al corridoio dove la mia porta in mogano stava sempre chiusa. A differenza di quanto per un momento temetti, essa non era chiusa a chiave, tanto che bastò abbassare con una certa pressione la maniglia d’ottone e dare una leggera spinta in avanti per fare il varco di cui abbisognavo per poter portare il mio sguardo oltre la soglia. Appena lo schiudersi della porta formò la prima fessura, riuscii da questa ad intravedere un leggero bagliore biancastro la cui sorgente non mi fu dapprima possibile individuare. Man mano che la mia spinta in avanti aumentava, allargando la fessura, la luce si faceva più distinta, anche se assai debole rispetto a quella che il mio lume a olio riusciva ad emettere. La porta aperta lasciava uscire un gelo che mi fece pensare ad un’ apertura da cui gli spifferi invadessero la stanza dall’esterno: rabbrividii nella vestaglia di seta che poco copriva il mio corpo affatto abituato al freddo dell’inverno, poco avvezzo che ero a lasciare il palazzo di famiglia se non durante le stagioni calde. Di fronte a me distinsi un letto con baldacchino foderato di stoffe rosse, colore che somigliava a quello degli arazzi e dei drappi che ornavano l’interno delle mie stesse stanze. Sopra al letto, priva di coperte, la sorgente di quella debole luce prendeva le fattezze di una donna, vestita con quello che mi parve un bianco abito da sposa e il cui volto era coperto da un velo trasparente, anch’esso in tinte chiare e all’orlo del quale pizzi e merletti si estendevano alla protuberanza del seno. Quella signora sconosciuta, il cui corpo emanava la debole seppur vivida luce, voltò il viso verso l’uscio, parendo scorgermi da sotto il velo, e abbozzò un sorriso. Temevo, da parte mia, di avere violato un luogo abitato e che l’indomani la donna misteriosa sarebbe stata causa di una mia punizione, che la mia visita sarebbe stata rivelata da lei alla Signora Anna e che quest’ultima avrebbe comunicato la cosa a mio padre, con tutte le conseguenze. Ma fu proprio la signora bianca a dirmi, molto debolmente, con la voce di chi è consumato dalla fatica di una malattia, di entrare e di chiudere la porta. – So che senti freddo – mi disse con fare dolce. – Resta con me per un po’, anche se qui non c’è un fuoco che ti possa scaldare. Nessuno viene mai a farmi visita, in questa stanza. Il Conte ha proibito anche ai suoi servi di venirmi ad accudire e tu, bambino mio, sei giunto a portare un po’ di sole in questo luogo dove è sempre notte. – Mi chiamò per nome, pur rimanendo pressochè immobile, distesa su quel letto finemente adornato, allorchè, avvicinandomi a lei, parve commossa nel guardarmi. Non dissi una parola, intimidito da quello che mi pareva un viso dolce e sfigurato dal dolore, che il velo lasciava trasparire nitido. La luce che irraggiava sembrava quella che in certe fredde giornate si riflette nella neve, quando appena il sole squarcia una nube dal cielo. Ammutolito, restavo ad ascoltare il racconto della donna, che non mi pareva avere un senso vero e proprio, ma che toccava per lo più l’argomento della solitudine e della tristezza dell’isolamento. Quale strana malattia aveva costretto la dama in bianco a rimanere in quella stanza, distesa sopra quel giaciglio, ignorata dagli abitanti della casa? Finii per scorgere delle lacrime sgorgare dai suoi occhi quando mi disse – Mai ho potuto vedere il tuo sorriso, mai ho saputo quale fosse il rumore dei tuoi passi mentre correvi allegro lungo i corridoi del palazzo. Ma ora ho visto il tuo viso, e questa notte è per me il più bel dono che una triste eternità potesse offrirmi in cambio delle mie attese. Non occorre che tu mi parli. Non occorre che tu comprenda. Lascia questo luogo desolato e, se ti riesce,cancella ogni traccia del mio ricordo. Non te ne vorrò: da parte mia, lascerò che questa immagine lucente si spenga, così da permettere che la porta che tu hai schiuso possa rimanere sempre aperta. –

Sgomentato, mi affrettai a percorrere a ritroso i gradini verso il piano inferiore, raggiungendo la mia camera da letto, dove mi chiusi per restare sveglio fino allo spuntare del mattino. Durante quella veglia successiva alla mia strana avventura oltre il corridoio del piano superiore non feci che pensare alla signora in bianco, alla luce che da essa pareva sprigionarsi, alla tristezza con cui si accompagnava nel parlarmi. L’ora in cui venivo di solito chiamato per vestirmi e raggiungere il tavolo della prima colazione fu l’ora in cui mi ero infine risolto a parlare alla mia fantesca, confessandole la disobbedienza con cui mi ero spinto quella notte nella stanza vietata e con il fermo intento di sapere chi fosse quella donna malata che tanto ingiustamente vi era stata rinchiusa. Il mio voler sapere la verità era di fatto più forte e risoluto della consapevolezza di un castigo che avrei certamente ricevuto quando la mia bravata fosse stata resa nota al Conte. Mi precipitai così di gran carriera dalla Signora Anna, deciso a prenderla di petto, senza indugiare né riflettere ulteriormente su quanto volevo chiederle. -Signora Anna, – le dissi mentre ella mi guardava assumendo un’espressione che andava turbandosi di pari passo al progredire del mio discorso, – questa notte sono stato, all’insaputa di tutti, nella stanza che si trova alla fine del corridoio, di sopra: c’è una signora gravemente malata! In quanto erede del Signor Conte, esigo sapere chi sia e che le vengano prestate a partire da questo stesso momento le cure necessarie alla guarigione! E se ritiene opportuno che mio padre venga informato di quanto le ho detto, sappia che non temo la cosa, e che non intendo accettare l’ingiustizia che si sta commettendo nei confronti della povera donna che giace nella stanza! –

 

Un pallore nervoso si dipinse sul viso della bambinaia, che rimase per alcuni secondi in silenzio, come in uno stato di panico e sorpresa. Dalle pupille dei suoi occhi indovinavo lo stupore, la costernazione e il disagio che ne bloccava la facoltà di esprimere a parole il suo disappunto. Il suo silenzio mi parve interminabile, benchè d’altra parte temessi la sua replica, che sarebbe stata sicuramente aspra, e che avrebbe rivelato la promessa di una ritorsione grave sull’altezzosità del mio discorso e sulla mia disobbedienza all’ordine di non recarmi nella stanza proibita. -Contessino, – iniziò ad un tratto a balbettare, – le posso assicurare che nessuno si trova in quella stanza. Da molti anni ormai, essa è del tutto spoglia anche dell’immobilia, non è affatto abitabile! Lei deve avere sicuramente sognato quanto mi sta raccontando ora! Si prepari per la giornata di studio e smetta di pensarci. –

A nulla valsero le mie insistenze: dopo il suo iniziale stato di smarrimento, parve prendere il suo solito coraggio e la sua risolutezza. Continuò con fermezza ad assicurarmi che ero stato testimone di qualcosa che nella realtà non esisteva, che il mio era stato un sogno e nulla più.

Seguii le lezioni della giornata con distrazione e svogliatezza, anche perchè in preda alla sonnolenza dovuta alla mancanza di riposo. Ero comunque deciso a tornare nuovamente dalla donna in bianco la notte stessa: le avrei parlato, le avrei chiesto di quali cure avesse bisogno e le avrei promesso i miei servigi. Sapevo che non dovevo temerla, che aveva un animo buono e che la sua malattia l’aveva resa così triste e sola da non poter trarre altro che giovamento dalle mie visite. Attesi nuovamente il momento in cui la notte mi avrebbe coperto per la seconda volta, fingendomi addormentato fino ai due rintocchi di orologio.

La sorpresa fu amara. Non mi fu possibile aprire la porta di mogano, che trovai questa volta chiusa a chiave. Ebbi con ciò la conferma che mio padre era stato avvertito dalla Signora Anna circa la mia visita nella stanza la notte precedente. E con essa, anche del fatto che la mia fantesca non pensasse affatto, come aveva cercato di farmi credere, che quanto il mattino precedente le raccontai fosse solo un sogno che mi era capitato di prendere per esperienza reale. Pieno di collera, deluso dall’inutile rischio che avevo corso, tornai al mio letto, trovando futile ogni tentativo di accendere nuovi discorsi in merito alla signora della stanza. Da allora finsi di avere accettato l’idea di un sogno, evitai di parlare alludendo alla camera misteriosa e cercai di lasciare che tutti, a partire dalla Signora Anna, dimenticassero la mia disobbedienza. Questa situazione, del resto, non durò che un paio di settimane, durante le quali vidi mio padre solo tre o quattro volte. La sua espressione, in quelle occasioni, mi parve tuttavia ancora più accigliata, i suoi occhi si erano fatti pensosi come mai mi erano sembrati prima. Non mi parlò quasi. Giunse dalle campagne di Padova un mio zio, che mi fu detto dalla Signora Anna veniva a prendermi per portarmi a soggiornare nella sua tenuta fino alla fine dell’anno. Allora, sarei stato iscritto ad un collegio a Pisa, dove avrei trascorso gli anni che mi separavano dalla maggiore età, raggiunta la quale avrei fatto il mio ingresso in società.

Rimando ad altri fogli i racconti che narrano gli anni che seguirono. Qui voglio solo descrivere l’incontro che avvenne tre lustri dopo, nella mia natia Venezia, in un appartamento lasciato da mio padre alla Signora Anna, ormai anziana e messa a riposo con una modesta rendita. Andai a farle visita dopo che quindici anni erano trascorsi dall’ultima volta in cui l’avevo vista: le rughe si erano impossessate del suo volto, le mani le tremavano mosse da nervi ballerini. La sua voce si era fatta debole e rauca, il suo sguardo pareva spegnersi nel vuoto quando cercava di fissarmi alzando la fronte. Mio padre era deceduto otto anni prima, mi aveva lasciato una serie di possedimenti ipotecati e una somma in denaro che non bastava a mantenere un personale di servizio. Venezia era divenuta per me una città estranea , nella quale mi recavo solo di tanto in tanto, per prelevare i documenti necessari ai miei studi. Fu proprio durante una di queste mie ricerche che scovai l’indirizzo a cui viveva la mia vecchia bambinaia. Quando la reincontrai, la neve cadeva a fiocchi sottili e si posava sciogliendosi sulle acque dei canali. Lei mi pregò di sedere su una lisa poltrona vicino alla stufa a legna e insistette affinchè prendessi un tè. Mi parlò lentamente, ricordando gli anni in cui mi accudiva. Infine arrivò ad evocare quel giorno, che nella mia memoria sedimentava ancora come un’immagine della quale si sono smarriti i particolari, ma i cui contorni possono ancora distinguersi in qualche modo.

Raccontò. – Quella notte lei non sognò. Ma c’erano cose che non poteva allora sapere, e che forse ancora non le è stato fatto conoscere. Suo padre, il Conte, sposò una donna di debole salute, molto più giovane di lui. Quando la donna rimase incinta, un anno dopo il matrimonio, fu disposto che ella rimanesse nella stanza attigua al salone, quella che si trovava alla fine del piccolo corridoio. La scelta della camera fu dettata dalla facilità con la quale i soccorsi avrebbero potuto raggiungerla se ve ne fosse stato bisogno, dal momento che la gravidanza della Signora si era subito mostrata pericolosa. Venne che la donna morì dando alla luce la creatura che faticosamente aveva portato in grembo. Non vi fu nulla da fare: la levatrice riuscì a malapena a fare uscire il bambino dal ventre, forse compì l’operazione quando ormai la madre era già morta. Il dolore del Conte fu grande. La Signora venne sepolta con addosso il suo abito da sposa, e quella stanza venne lasciata vuota da lì in avanti, per non dover lasciare che ricordi tanto amari vi rimanessero all’interno. Ma nel tempo tutti noi capimmo che ciò che più tristemente alberga presso noi, talvolta non vuole lasciare quei luoghi in cui ha scelto di esistere in eterno. Ho sempre creduto a quanto la Misericordia di Dio volle per noi su questa terra. Ma nessuno ha mai potuto spiegare perchè sua madre avesse voluto rimanere nella stanza dove lei la vide quella notte. Nessuno volle tornare in quella camera dove la povera moglie del Conte ritornò dopo che, vestita con gli abiti delle sue nozze, l’avevano sepolta sotto la pietra con lo stemma della sua famiglia. Ora che quel palazzo è passato ad altri proprietari, non si sa più cosa sia stato della camera oltre il corridoio: forse lei ancora si trova lì, ma qualcuno sostiene che la notte in cui lei la vide, ella scomparve per sempre. Il maggiordomo che all’epoca era a servizio del conte ha giurato di avere udito una strana risata provenire dalla stanza proprio quando quella notte stava per finire. Ma nessuno, comunque vi entrò, e suo padre la chiuse con una chiave che nascose dove non si è mai saputo. –

Da allora mai più rividi la Signora Anna, che morì, seppi, pochi anni dopo, nell’appartamento in cui l’avevo incontrata l’ultima volta. Io vado talvolta a visitare la tomba dove i miei genitori riposano, sepolti vicini, e penso che mia madre sia tornata al suo riposo dopo avere finalmente potuto vedere colui che dando alla luce le prese fatalmente la vita. Quando mi reco alla lapide, lascio un fiore bianco, il colore di cui la vidi abbigliata quella notte in cui, a dodici anni, la sentii parlarmi sofferente e dolce.”

UNO STRANO CASO D’INFANZIAultima modifica: 2011-02-01T00:05:00+01:00da bass-cocteau
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