ARTE, SUONI E DANZA.

Quale ordine rende le possibili combinazioni degli elementi all’altezza di essere definite forme d’arte? Esiste qualcosa di radicato nell’uomo che lo porta ad asserire che alcuni fattori determinino per le forme quello che comunemente definiamo “valore artistico”? Perche` in musica, come nelle arti visive, il senso delle proporzioni, l’equilibrio delle voci, il garantirsi dei contrappesi dato dalle regole del contrappunto e dell’armonia (ossia da fattori il cui senso d’essere, similmente, si trova nella mescolanza dei colori in pittura, nell’esaltazione del gusto nelle arti culinarie) fanno si che il lavoro del compositore offra a chi lo riceve un senso di appagamento? Il mondo greco ci ha lasciato l’ideale (oggi notevolmente affievolitosi) secondo cui l'”Uomo musicale” rappresenti la completezza, l’armonico dispiegarsi di un tutt’uno nella monade della “Kalokagathia”. Tale ideale, nella civilta` ateniese, valeva anche e soprattutto nella formazione militare, come e` possibile dedurre dai testi di Platone tra i quali la “Repubblica”. Nel Classicismo Ellenico, del resto, ci si riferiva alla Musika intendendo non solo gli aspetti legati alle pratiche del canto e della produzione sonora mediante strumenti: il padroneggiatore di quest’arte era conoscitore anche della poesia e della danza, e, cosa assolutamente dimenticata dalla moderna concezione, un essere dotato di poteri magici. Nel Mito di Orfeo, il virtuoso di lira capace di componimenti struggenti e di ineguagliabile bellezza, scende nell’Ade per riprendere la sua amata sposa contando proprio sulla sua arte di produrre incanti. Per dominare Colui che non si puo` placare, il Signore degli Inferi, egli ricorre a quella magia che e` la musica, e grazie ad essa getta il Dio nella commozione. Rileggendo tra le righe, potremmo ricavare l’interpretazione secondo cui la musica sia stata il linguaggio che a differenza degli altri linguaggi ha messo un uomo mortale in condizione di comunicare al cuore della Divinita`. Ade non e` un mostro feroce, ma un garante del destino che non appartiene al mondo degli esseri umani, e come tale non puo` essere placato con la lingua degli uomini: esiste nella figura di Orfeo il portatore di quella conoscenza che lo rende un comunicatore privilegiato in quanto virtuoso di un linguaggio gradito agli Dei. Esso e` il linguaggio dell’evocazione, non della connotazione: il Divino, in quanto essere superiore, non necessita di un preciso significante per giungere al significato, poiche` nella sua conoscenza semantica Egli padroneggia i concetti senza bisogno di dar loro un nome. In molte culture tribali l’oggetto musicale resta il veicolo eccellente: lo sciamanesimo utilizza questo come forma di contatto con il soprannaturale, e a ben vedere in tutte le tradizioni religiose la preghiera si accompagna spesso a mantra e canti. Fenomeni di alterazione della coscienza sono stati registrati e spiegati dagli studiosi che hanno assistito a riti religiosi di popolazioni native nei Caraibi, in Africa e Australia. Rouget Gilbert parla ampiamente di questo tema nel suo libro “Musica e trance”, testo molto apprezzato da neuropsichiatri in tutto il mondo: ivi sono spiegati vari casi di possessione e stati estatici o di trance collegati con la pratica musicale riruale, non soltanto in ambito tribale, ma anche in contesti culturali a noi familiari. Ovviamente le cosiddette “scienze umane”, di cui la stessa psicologia fa parte nella sua maggioranza, muovono le loro indagini su ipotesi e teorie non sempre inopinabili, ma una cosa resta certa: la musica e` un sistema capace di creare efficacemente variazioni emotive e sensoriali, e per questo motivo ha in se` una sorta di “potere”, indicazioni terapeutiche, possibilita` esplicative nella sfera affettiva. Potremmo dunque parlare di arte tenendo presente in essa una sorta di “valore aggiunto”? La stessa educazione musicale viene ritenuta da molti pedagoghi un ottimo modo per potenziare l’attivita` sinaptica favorendo (in special modo nella pratica strumentale) il lavoro contemporaneo di entrambi gli emisferi cerebrali. Esiste inoltre tutto un insieme di elementi che rendono il materiale sonoro un forte collante in grado di favorire i sensi di appartenenza culturale e identitaria: cio` avviene sempre, per chi si trova nella posizione recettiva, in modo quasi inconscio, a meno che l’ascoltatore non sia edotto in materia di quanto sta fruendo. Ad esempio, la musica di matrice europea si connota da centinaia d’anni di evoluzione stilistico-compositiva, che nella modernita` si radica nel rigore del Barocco per dispiegarsi nel tempo fino alla sperimentazione del sistema atonale culminato in Schoenberg. La cultura musicale occidentale, almeno per quanto concerne il repertorio “colto”, si costruisce su sistemi logici codificati, ma questo non la rende piu` scientificamente decifrabile rispetto ad altre tradizioni artistiche. Molta della musica la cui poetica si basa sull’improvvisazione, ad esempio, necessita nella pratica di discipline altrettanto ferree quanto sono quelle richieste ai musicisti di estrazione eurocentrica: il caso piu` noto e` indubbiamente quello del jazz. Quando parlo di jazz, intendo il vero jazz, che poco e nulla ha a che vedere con le canzoncine swing degli anni Trenta americani, alludo al be-bop, alle spermentazioni free di Ornette Coleman: le note di copertina del disco “A kind of blue” del 1958, riportano un pensiero di Bill Evans circa il rigore sintattico che si cela dietro le estemporanee improvvisazioni del jazzista. Altro caso e` la musica colta indiana. Presso le civilta` di matrice induista, contrariamente a quanto avviene da noi, la musica e` cosi` collegata alla dimensione spirituale da non poter assolutamente essere scritta, ma solo improvvisata mediante la riproduzione di schemi memorizzati (molti di essi sono infinitamente complessi) detti “Raga”. In ogni caso, la pratica musicale avviene sempre dopo l’acquisizione di una serie di nozioni che sviluppano una tecnica. E, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, differenti che siano i metodi di insegnamento, peculiari che possano essere le strutture grammaticali accettate come “corrette” in composizione, esistono comunque aspetti tipici che si inseriscono in ogni cultura sonora. Questo dovrebbe far si che dovute riflessioni si ponessero sopra la questione musica, sia si tratti di arte colta o popolare. Perche`, infatti, l’elemento ritmico, inteso come un susseguirsi regolare di pulsazioni, semplice o composto, e` presente in ogni musica? Cosa spinge un uomo a esporre delle parole modulando la voce su diverse frequenze producendosi nel canto, sia quest’uomo un pastore vietnamita o un tenore italiano? Come mai esiste ovunque la figura del danzatore, che utilizza i movimenti del corpo per farsi tramite e interprete dell’indicibile insito nella musica? Per trovare in merito delle risposte bisognerebbe accostarsi ad uno studio molto comune allo studio della nascita e dell’evoluzione di qualsiasi altro linguaggio. Sarebbe necessario cosi` indagare sull’origine dell'”Iso Musicale” ipotizzato da Rolando Benenzon partendo dalle concezioni della psicodinamica freudiana, e avventurarsi quindi in un territorio pieno di insidie fatte di teorie e mancanza di dati certi. Probabilmente un valido supporto potrebbe risiedere nella saggistica di Chomsky, il quale ritiene esservi una struttura innata nella mente umana che porta alla formazione linguistica; alcuni studiosi rimandano l’approccio primo alla musica alle fasi di sviluppo del feto che nel liquido amniotico percepisce la ritmicita` del cuore materno; secondo alcuni neoidealisti, la musica rappresenterebbe l’umano tendere ad un equilibrio poggiante su una sorta di moto armonico universale, e quindi di essa si potrebbe parlare come di un’allegoria della perfezione. Tuttavia, come ha dimostrato la Teoria dell’evoluzione, certo rimane il fatto che gli esseri piu` sviluppati tendono a potenziare cio` che sentono necessario alla loro conservazione. Nonostante l’involuzione pop-rock che pare iniziata nella seconda meta` del Novecento, la materia musicale non ha smesso di essere oggetto di studi e di dibattiti: vuole cio` provare il fatto che la musica si possa definire “necessaria”? Amante come sono di Wilde, trovo che nulla sia nobile quanto l’arte proprio per il fatto che essa e` completamente “inutile”: in ogni caso credo si debba tenere conto del fatto che l’umanita` cerchi da sempre una rappresentazione di se` che sia interpretativa e la cui forma si proietti ad un eterno divenire. Ed e` proprio al divenire che l’arte (l’Artificio, l’Invenzione e il Nobile Fingere) si proietta, rifiutando per sua stessa natura di essere “definitiva”. Basta confrontare la polifonia del Cinquecento con le forme destrutturate di un John Cage per riconoscere quanto l’estetica musicale sia antistatica e mutabile. Ma altrettanto potremmo dire delle arti figurative, facendo i dovuti confronti (senza, ovviamente tralasciare l’insieme delle trasformazioni socio-culturali nel corso della storia!), della poesia, della danza. Nessun vero artista contemporaneo si metterebbe a produrre ricalcando i canoni del Seicento, pur ammirandoli; nessuno, dotato di onesta` intellettuale, ricorre agli stilemi spacciandoli per inventiva artistica. Mi si dira` che invece questo accade spesso: ma io alludo agli artisti, non a merciai che fanno del gusto assodato una miniera d’oro, ed e` per questo che qui non ho parlato di neomelodici da stadio, ne` di pianisti pseudoneoclassici dai capelli riccioluti e gli occhiali dalla spessa montatura. La fine dei mecenatismi, con tutte le difficolta` in cui ha gettato coloro che lavorano nei settori legati alla creativita` piu` alta, ha se non altro permesso a questi ultimi di scegliere liberamente quali siano i percorsi da intraprendere. Oggettivamente: il mecenatismo avrebbe permesso di venire alla luce un Wagner o un Malher?

ARTE, SUONI E DANZA.ultima modifica: 2011-04-01T23:05:13+02:00da bass-cocteau
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