(MIS)ANTROPOLOGIA

Probabilmente Marcel Proust ha scritto la piu` bella opera letteraria che mi sia mai capitato di leggere: il suo lunghissimo romanzo di sette tomi mi ha letteralmente stregato per almeno cinque anni. Non lo nego: a lungo ho rivolto all’Autore molti dei miei pensieri prima di riuscire ad addormentarmi, per una strana associazione di idee che mi portava a ritenere uno splendido “amico immaginario” colui che aveva creato i vari Bloch, Odette, Albertine e Gilberte. Adulto, ho sognato lunghe conversazioni dai toni fraterni con un personaggio esistito anni e anni prima di me, costruendo nella mia testa un castello molto simile agli artifizi mentali di cui i bambini sono naturalmente i piu` abili architetti. Mi correggo: ho sognato un dialogo non con un uomo del passato, ma con un essere del tutto nuovo e, di conseguenza, mai esistito. Il mio Proust non e` morto come non e` mai nato: parlando con lui, nella mia mente io mi rivolgevo a quell’arte in cui avevo immerso tutta una serie di stati d’animo. Ho citato Proust. Potrei oltremodo dire molto a tal riguardo anche di Richard Wagner, di Tamara de Lempika, di John Keats o Jacques Brel. Ognuno, al mio posto, potrebbe ritrovare un sacco di frequentazioni fantastiche, scavando tra i ricordi di una vita. Da sempre si e` tuttavia imposta una condizione: quelle persone non devono esistere se non nella mente di chi le ama. Un’immagine vivente puo` al limite essere una traccia, un appiglio, un pretesto. E tale immagine non e` poi cosi` umana se non entro i limiti del nostro pensiero. Conoscere realmente quanto sta dietro quell’immagine, ammesso che sia possibile, non e` affatto conveniente. Se avessi potuto incontrare Proust, se avessi avuto modo di entrare in uno stato di intima conoscenza con esso, sicuramente mi sarebbe prima o poi accaduto di provare delusione o contrarieta` nei confronti di colui che ha scritto la bellissima “Ricerca”. E` lo stesso meccanismo per il quale spesso rivolgo pensieri di tenerezza a persone che, una volta presenti ai sensi, vorrei andassero via senza tanti complimenti. Non sono le persone ad attrarmi: sono le idee di esse che il loro passaggio mi permette di sviluppare, e che si conservano grazie al loro non corrispondere al reale. Come la morte rende belle le persone, cristallizzando il concetto che di esse si ha e rendendo inoffensiva ogni loro facolta` di trasformarsi di fronte agli sguardi impotenti e addolorati da queste trasformazioni, nessuno e` piu` affascinante e irresistibile di chi non c’e`. Tale e` per me lo scopo di un incontro, il trarre un’immagine da poter in seguito plasmare nei pensieri. E` vero: non mi mancano affatto i vecchi compagni di scuola, le ex fidanzate, i musicisti con cui ho diviso melodie e contrappunti; non sento alcun impulso a cercare la gente di ieri per sapere cosa stia facendo ora o semplicemente se calpesti ancora questa Terra; declino da sempre inviti a “cene di classe per ricordare”, a bevute con colleghi fuori dal posto di lavoro, a rievocazioni di storie comuni passate. Oggi come allora, i miei momenti piu` dolci sono quelli che non ho dovuto condividere. Oggi come allora, i volti sono immagini per i miei sogni di farsa. Oggettivamente, la solitudine, quella che e` per prima cosa uno stato spirituale e che ci isola anche se siamo in mezzo ai nostri simili e posiamo nei loro confronti illudendoli che vi sia una vera interazione nei loro confronti, puo` pesare come pesa un carico che trasportiamo in cammino senza aiuto. Ma quel carico e` fatto di quella preziosa essenza che e` l’identita` piu` intima. Ogni uomo matura in cuor suo la certezza di appartenere al demone della solitudine, ma teme la realta` che questa certezza rivela: l’uomo e` cosi` terrorizzato da quanto gli e` proprio, da cercare conforto in un sogno che con le sue sole forze si sente incapace di sognare. Conosco molte persone. Le conosco nel senso che con esse ho una serie di legami dovuti a molteplici scopi: non considero amiche le persone che conosco, e semplicemente perche` sono abbastanza sincero da non illudere ne` me ne` loro che esista una piena accettazione. Nessuno e` amico di un altro. Dice di amarlo solo perche` ne accoglie determinate qualita`. Se avessi un amico e questo desiderasse uccidermi, dovrei accogliere anche la sua mostruosita`. Un medico non ama il paziente, poiche` ne combatte la malattia che e` parte di lui, ed e` proprio il distacco dato dal non amore a salvare il moribondo dal tragico destino. La condivisione, che dovrebbe essere il motore dell’amicizia, se mai e` esistita, la si potrebbe forse contestualizzare in una lontana epoca storica fatta di sussistenza nel mondo tribale, in quella dimensione che Rousseau chiamava “Stato Naturale”. Ma anche qui, mi riservo di dubitare: in un ambito costituito da insidie della natura selvaggia, in un ambiente in cui la lotta per sopravvivere deve essere stata esasperata fino al parossismo, si puo` immaginare una genuina “communio vitalis”? La realta` e` sempre piu` un sistema di convenzioni e Bon Ton che fanno della necessarie alleanze, delle unioni presenti in chimica come in sociologia (lo intui` anche Goethe, parlando di elementi affini che legano tra loro sulla base di principi naturali e riconducibili a leggi della meccanica e della fisica, e ancora oggi sono presenti approcci allo studio del comportamento che assimilano le relazioni extrapersonali ai legami molecolari che si instaurano tra i cosiddetti “elementi semplici”) , un illusione per cui queste avvengano in nome di qualcosa di nobile, di alto. Qualcosa che ci spinge a chiamare gli esseri umani «amici», terrorizzati quanto siamo dal sospetto di essere solo immagini a cui la percezione altrui ha attribuito qualita` effimere (agendo su di noi come su dei personaggi immaginari). Ma l’uomo e` nel cosiddetto “regno animale”, l’essere probabilmente piu` dotato di potere autoillusivo. Tale abilita`, insita nell’intelletto, e` stata ampiamente spiegata da Kant in avanti, ossia da quando lo spostamento delle speculazioni filosofiche dalla Cosmologia all’Uomo – inteso come ente primo della conoscenza – ne ha svelato la soggettivita` nell’ atto percettivo. Usa i suoi simili e arriva a convincersi che essi siano una sorta di senso per la vita a cui il caso lo ha voluto attanagliare; si lancia talvolta in opere di filantropia per appagare un ego che chiede importanza data dal servire una causa in cui chi e` altro da lui si trova oggetto; circondato da altri individui, con arroganza da` loro consigli affinche` essi si conservino poiche` LUI non saprebbe che fare senza di loro; come un morfinomane, dipende dalla reperibilita` di genere umano con cui anestetizzarsi da se stesso. E ` l’amicizia l’oppio del singolo, si presenta all’essere con l’inganno e su tale inganno procede: la consapevolezza di cio` alberga negli uomini, ma si cela dietro il vizio come per un tabagista si cela la certezza del danno che le sigarette arrecano. Anche una rilettura della Genesi porterebbe in questa direzione: accorgendosi di essere nudi, Adamo ed Eva si videro distinti e non appartenenti ad un unico corpo, e la condanna del genere umano divenne il cercare disperatamente una nuova congiunzione, il cui frutto sarebbe stato tuttavia il dolore, quel male da cui non poterono esimersi rappresentato dalla sofferenza del parto. Eva rappresenta il pagamento del prezzo della piena accettazione dell’altro, che per una madre e` il frutto del grembo: nessuno accetta qualcuno diverso da se` nella misura in cui la genitrice accoglie l’esistere del figlio. Ma questo costa sofferenza fisica nell’accoglimento e amara disillusione nell’inevitabile distacco che prima o dopo dovra` sopravvenire. E se la Donna, esaltata nel ruolo di Madre, e` la sola a poter accettare pienamente l’altro, generandolo e crescendolo, essa rappresenta l’eccezione alle attitudini umane, le quali sono invece proiettate verso la solitudine, abilmente combattuta dall’essere umano mediante l’illusione dell’amicizia. In ultima analisi: non puo` forse darsi che Nietzsche avrebbe fatto bene a scrivere un “Antiamico”, anziche` un “Anticristo”, nel suo criticare la debolezza umana e il bisogno di quella consolazione che gli uomini, nella miseria della loro condizione vitale, cercano con affanno nell’illusione?

(MIS)ANTROPOLOGIAultima modifica: 2011-04-22T18:56:48+02:00da bass-cocteau
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