IL SUONO DEGLI OPPOSTI

Non trovo troppo sorprendente il fatto che alcuni dei piu` monumentali capolavori musicali del Tardo Classicismo siano opera di un uomo quasi totalmente sordo. Chissa` se, inconsciamente, Ludwig Van Beethoven non avesse in qualche modo desiderato una condizione di estraneamento tale da accogliere i suoi problemi d’udito con una certa soddisfazione. Si sostiene che nel compositore, o perlomeno nel compositore di una certa caratura, il se` musicale – chiamando una determinata forma mentis secondo termini alla Rolando Benenzon – esista indipendentemente dalla finezza delle periferiche dell’apparato auditivo. Che questa teoria sia plausibile o no, resta il fatto che Beethoven fu solo uno dei tanti musicisti per i quali il fattore del silenzio stette a condizione coadiuvante, se non indispensabile, per lo sviluppo creativo. Tutt’oggi esistono numerosi interpreti e compositori che trascorrono periodi rigeneranti tra spazi aperti, privandosi di qualsiasi fruizione sonora diversa da quella prodotta dall’ambiente naturale. L’ amore per la musica, per quanto appaia questa una tesi paradossale, coincide con l’amore per cio` che alla musica e` opposto, ovvero per il silenzio. Intendo con cio` affermare qualcosa che abbia a che vedere con un discorso molto piu` ampio rispetto al concetto di “pausa”, che nella composizione assume un valore non minore rispetto alla nota che indica un altezza sonora particolare: la pausa musicale, a cui comunque il codice del pentagramma attribuisce una durata ben precisa, non si oppone alla musica come un vero silenzio, bensi` crea in uno spazio brevissimo la condizione per la prosecuzione del materiale sonoro. In alcuni casi, oltretutto, la pausa musicale puo` avere anche scopi pratici, permettendo all’esecutore di aggirare certi ostacoli tecnici o, come avviene nel caso di chi suona uno strumento a fiato, o di chi e` cantante, di ossigenare l’apparato respiratorio. Il silenzio a cui alludo (che comunque non e` quello assoluto che e` possibile creare in laboratorio a determinate condizioni) e` piuttosto la “radio spenta”, il “tacet a tempo indeterminato”. Una delle cause del decadimento qualitativo dell’arte musicale contemporanea, esasperato dall’appiattimento sulla forma canzone “AABA” e sull’irrigidimento ritmico, e` a mio avviso da trovarsi nella crescita proporzionale della musica riprodotta in ogni luogo. I posti immuni al bombardamento musicale sono rimasti davvero pochi, e non occorre che mi dilunghi in esempi per citare piazze e locali a dimostrazione di quanto ci sia musica praticamente ovunque. Altresi` le persone si sono tanto abituate all’invasione sonora da sentirsi in completo disagio quando questa non viene da esse percepita: credo siano davvero pochi gli automobilisti in grado di percorrere anche un tratto molto breve a bordo del loro mezzo senza avere prima premuto il pulsante d’accensione del ricevitore radio. Interrogando questi ultimi circa il motivo che li spinge ad considerare la radio in automobile non come una semplice opzione, bensi` come assoluta necessita`, la risposta che ne ricaveremmo sarebbe pressoche` sempre la stessa: «La musica mi tiene compagnia». Una compagnia della quale spesso non si accorgono minimamente, tanto basso e` il livello di attenzione riguardo alla musica che esce dalle casse acustiche poste all’interno delle loro vetture: tale e` il rifiuto nei confronti del silenzio da veicolare il non-ascolto verso le canzoni trasmesse dalle stazioni radio. Famoso aforisma di Oscar Wilde e` quello che recita: «Tutta l’arte e` completamente inutile». Si tratta di una frase che amo particolarmente e che considero essere molto piu` che una provocazione tipicamente costruita dalla sagacia del famoso dandy: e` l’inutile a nobilitare cio` che, spogliato di ogni finalita` pratica, rimanda la sua ragion d’essere unicamente a se stesso. Dare uno scopo all’arte che sia diverso da quello di essere semplicemente arte ne abbassa il livello, trasformandola in uno strumento il cui utilizzo le e` del tutto estraneo; trattare la musica come una materia apparentemente eterea con cui riempire gli spazi, il cui vuoto ci assoggetta e ci rattrista, implica di per se` un’operazione di impoverimento nei confronti delle possibilita` espressive di chi la crea, essendo il suo lavoro finalizzato ad una mera costruzione di oggettistica da decoro. Questa tendenza, del resto, puo` dirsi una vera manna dal cielo per i compositori mediocri e stilematici (nella musica strumentale pseudo-neoclassica il caso piu` eclatante e` indubbiamente quello di Giovanni Allevi), i quali ben si muovono in contesti in cui al compositore non si richiedono ne` talento, ne` vera inventiva. Quando la musica e` troppa, essa non ci sorprende piu`. Quindi, tutto va bene, il nostro spirito critico non viene stimolato, accettiamo ogni cosa come uguale a un’altra. Ascoltare Vivaldi come commento musicale a una pubblicita` televisiva di un’acqua minerale e` lo stesso che sentire Miles Davis sulle immagini che reclamizzano un profumo da uomo; fare la spesa al supermercato con Zucchero in sottofondo non e` diverso dal prendere un caffe` al bar mentre un hi-fi dietro il bancone riproduce la voce di Mina. Quando tutto e` uguale a tutto, quando la presenza della musica diventa scontata ovunque, la passivita` di chi ascolta rasenta i livelli dell’assoluta non-percezione. Non tutti forse hanno veramente capito quale intento muovesse John Cage quando compose “4:33”. Questo suo lavoro per pianoforte (tuttavia “eseguibile” con qualsiasi altro strumento) consiste in quattro minuti e mezzo in cui lo strumentista non suona affatto: in pratica, il suono da percepirsi non e` quello della musica, ma del suo contorno (il teatro, gli eventuali colpi di tosse tra la platea, i respiri e quanto altro ogni singolo spettatore puo` cogliere). Cage ha dimostrato che il silenzio e` il contenitore entro cui la musica si propaga e che, come ogni contenitore e` dotato di una forma propria e quindi e` in grado di modificare cio` che contiene – come una bottiglia fa assumere al liquido una morfologia particolare fintanto che in essa e` contenuto – quel particolare silenzio, che varia a seconda della sala da concerto, e` la condizione per cui la musica sia hic et nunc cio` che che viene percepito. Apprezzo il fatto che un musicista di talento come il violoncellista Mario Brunello tenti a volte di sperimentare spazi alternativi, spesso naturali, per eseguire certi grandi capolavori del Barocco di cui e` cosi` magistrale interprete. In un certo senso, cerca contenitori diversi con cui dare forma alla musica. Quando il Maestro Brunello porta il suo prezioso cello su una cima montana, con estrema saggezza, prende del tempo prima di impugare l’arco e carezzare le corde con i crini: prende quel tempo necessario all’ascolto di quel silenzio a cui offrira` la sua arte. Allora mi domando: se il silenzio aiuta il suono creato dall’artista a ottenere una identita` piu` vera, perche` lo temiamo tanto, preoccupandoci di nasconderlo con tonnellate di musica che non distinguiamo nemmeno? Riappropriamoci dela silenzio: solo cosi` riconquisteremo la bellezza della musica.

IL SUONO DEGLI OPPOSTIultima modifica: 2011-04-26T20:19:00+02:00da bass-cocteau
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