UN AUTENTICO GIOIELLINO: IL “CONCERTO PER CLARINETTO E ORCHESTRA” DI AARON COPLAND

Assieme a George Gerswhin, Leonard Bernstein, Duke Ellington e Philip Glass, Aaron Copland e` senza dubbio da annoverarsi tra i grandi compositori del Novecento americano. Abile giocoliere degli equilibri, mediatore tra tradizioni tipicamente eurocentriche e gusto ritmico della nuova musica afroamericana del suo tempo, divulgatore di caratura grazie a scritti come il famoso “Come ascoltare la musica” (Tradotto in Italia per Garzanti da Maria De Furlani), egli ha spaziato in lungo e in largo nel corso della sua carriera, terminata con la morte nel 1990, attraversando la vastita` degli stili. Questo senza tuttavia mai rinunciare alla sottile ironia insita nel particolare modo di intendere la musica nel circuito della Grande Mela, con i suoi teatri fatti per la commedia e i clubs della Cinquantaduesima Strada, dove trascorrere la notte significava inebriarsi di note improvvisate su ritmi sincopati. Prendere in esame quel piccolo grande capolavoro che e` il “Concerto per clarinetto e orchestra”, per certi versi, impone un’immersione dentro un mondo differente da quello che l’ascoltatore “eurocolto” normalmente accosta alla letteratura per clarinetto: se l’Ottocento di Brahms ci ha lasciato pagine sublimi dedicate a questo strumento, elevato dal Compositore tedesco a stature di intenso lirismo, qui e`necessario soffermarsi per un attimo sul modo che l’America, la Giovane America, intendeva essere la figura del virtuoso del fiato. Si immagini, dunque, la cornice che contorna un qualsiasi romanzo di Fitzgerald. La si levighi quel tanto che basta dandole un contorno piu` elegante, piu` in stile “belle epoque”, pensandola pero` senza gli eccessi della Parigi di inizio Novecento. Ecco: la musica di Copland. Popolarissimo tra gli addetti ai lavori, molti dei quali considerano questo piccolo gioiello un banco di prova per chi vuole spingersi alle estreme possibilita` espressive del clarinetto, il Concerto venne commissionato nel 1947 da un’autentica star, ovvero da quel sovrano indiscusso della swing craze anni Trenta che fu Benny Goodman. Egli, come e` noto, frequento` talvolta l’ambiente musicale classico – come dimostra la famosa registrazione della “Rapsodia in blue” diretta da Arturo Toscanini – pur non riuscendo a liberarsi mai dalla stigmate di artista “leggero”. Del resto, come mi e` stato piu` volte confermato da clarinettisti di mia conoscenza, bisogna riconoscere che, tra tutte le versioni del Concerto di Copland, quella eseguita da Goodman e` probabilmente la meno riuscita. Dal mio punto di vista, anche alla luce della buona qualita` audio e per facilita` di reperibilita`, un ottimo supporto e` quello registrato da Fabrizio Meloni con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese nel 2007, sotto la direzione del Maestro Giancarlo De Lorenzo. Per forma e orchestrazione, l’anomalia del Concerto si presenta gia` nel suo strutturarsi in due soli movimenti, cosi` strettamente legati tra loro da confondersi quasi in un unico lungo tempo, mentre l’ensemble che accompagna il solista si identifica in una sola sezione d’archi a cui si aggiungono arpa e pianoforte. Un’astuto stratagemma, probabilmente: spogliare l’orchestra dei fiati, contrapponendola al clarinetto in modo netto; escludere le percussioni per emancipare il risultato d’insieme dagli stilemi jazzistici propri di un certo modo di intendere la musica nell’America post bellica; suggerire comunque un colore swing grazie agli interventi del pianoforte e di un’arpa pizzicata in modo schietto, e applicando ai contrabbassi un pizzicato marcato. Il prodotto finale non e` jazz, ma al jazz si accosta, non e` musica classica (almeno non nel senso strettamente europeo del termine), ma entra di diritto nel repertorio di chi fa musica classica. Del resto, Aaron Copland appartiene a quella schiera di artisti di origine ebrea che contribuirono a creare uno stile nazionale codificabile che la musica americana ancora non aveva. Innanzitutto, la musica d’Oltreoceano si differenzia dall’ideale estetico autartico europeo per lo stesso pragmatismo di cui e` permeata: sarebbe qui troppo lungo e complesso fare una digressione sulla forte influenza delle filosofie di Peirce e Dewey per comprendere a fondo l’atteggiamento nordamericano, ma certamente possiamo vedere quanto l’arte U.S.A. abbia un senso se la si pensa come un “tramite per”. Se infatti le pagine dell’europeo Brahms (ma anche quelle dell’antecedente Mozart) dedicate al clarinetto luccicherebbero forse dello stesso splendore se eseguite ad altri strumenti, come ad esempio spesso accade trascrivendo per la viola molte melodie inizialmente pensate per il clarinetto stesso, questo concerto di Copland ha senso solo se interpretato con lo strumento per cui e` stato concepito. Il Concerto fu composto per Goodman, tenendone presenti le possibilita` tecniche e le abitudini stilistiche: prassi tipicamente americana, culminata nell’elaborazione orchestrale di Duke Ellington. L’intero Largo espressivo, che caratterizza l’apertura con linee melodiche sinuose sostenute da accordi d’arpa “alla Debussy”, evoca immagini di grande dolcezza e malinconia (il Movimento verra` in seguito utilizzato dal coreografo Jerome Robbins nel balletto “The pied piper”). Sono circa sei minuti di respiro intenso a cui segue una cadenza in cui il solo clarinetto si mostra piu` vivace e quasi scherzoso. Dopo l’esposizione del primo tema, l’ascoltatore si trova infatti sorpreso dal tipico incalzare “alla Benny Goodman”, fatto di giochi dinamici su scale pentatoniche. E` un momento di grande effetto: il timbro nasale alterna staccati e legati stringendo e allargando il tempo con gusto quasi romantico. Si potrebbe, con un certo azzardo, pensare allo Chopin dei notturni da eseguirsi nell’espressione piu` rubata. A seguire, il pianoforte incede con un ripetersi di due accordi dissonanti, apparentemente copiati una trentina d’anni piu` tardi da Andrew Lloyd Webber nella sua Overture per il musical “Cats” (non e` il caso di incolparlo). E` proprio sull’intervento del pianoforte, a cui si aggiungono via via clarinetto, arpa e archi, che avviene un rovesciamento e il vestibolo del Secondo Movimento: indicato dal Compositore come “Rather fast”, questo secondo tempo presenta molti retaggi di un certo espressionismo russo che forse potrebbe spiegarsi nelle origini della famiglia di Copland. Tuttavia, l’effetto resta nell’insieme perfettamente coerente, evitando l’eccesso di intrusioni armonico-ritmiche che a cui alluderebbe un pedante calco del Novecento Stravinskyjano: diremo piuttosto che una purezza melodica si trova qui accompagnata da una base piu` vicina al jazz tradizionale, ricca di sincopi e accentuata sul tempo in levare. Superbo e` il gioco di contappunto “frase e risposta” tra archi e solista, con frequenti scambi e riprese in un crecendo che termina con l’ennesima prova di bravura richiesta al primo esecutore. Va comunque detto che, sebbene un ascolto di superficie potrebbe limitarsi ad evidenziare la sola bellezza (e difficolta` esecutiva!) della scrittura per il clarinetto, bisognerebbe non lasciarsi sfuggire la straordinaria armonizzazione ricca di accordi di Settima e Quinte alterate espressa dall’Orchestra: pare davvero che Copland conoscesse a fondo i prospetti armonici utilizzati, in modo piu` o meno consapevole, dai jazzisti del suo tempo. Del resto, almeno nell’intenzione, la musica concertata dovrebbe presupporre un autentico dialogo sonoro tra solista e ensemble. Dialogo che qui non manca affatto. Altro passo degno di menzione, quasi al termine dell’Opera, e` quello in cui i contrabbassi utilizzano la tecnica dello slap (usatissima dalle prime formazioni di New Orleans) per un divertente sottolineare il canto, quasi da “uccellino” di un clarinetto spostato sempre piu` su registri acuti. Lo stesso fraseggio viene in seguito ripetuto dai tasti bassi del pianoforte, come se il Compositore volesse presentare due versioni dello stesso accompagnamento, una fortemente percussiva e una piu` morbida, ma non meno vivace. A partire da questo momento il tema si succede a numerose variazioni e riprese ben distribuite tra le sezioni, alternando istanti di respiro a sorprendenti incursioni a piena Orchestra. Da qui si apre la strada verso la lunga coda che, appena preceduta da un insieme che potrebbe far pensare al piu` moderno James Beal e agli attuali musicisti da colonne sonore cinematografiche, si chiude con uno strepitoso glissando. Dispiace un po’ il fatto che questo piccolo capolavoro di Copland sia stimato quasi esclusivamente da clarinettisti: si tratta di un’ottima prova compositiva, la cui costruzione, includendo vari elementi senza pero` apparire un calderone disorganizzato, non annoia mai. E personalmente, pur ritenendomi talvolta eccessivamente ancorato al gusto europeo in tutte le arti, ritengo che almeno un’incisione del “Concerto per clarinetto e orchestra” dovrebbe essere sullo scaffale di ogni amante della buona musica.

UN AUTENTICO GIOIELLINO: IL “CONCERTO PER CLARINETTO E ORCHESTRA” DI AARON COPLANDultima modifica: 2011-05-08T10:25:00+02:00da bass-cocteau
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