ARTE MINIMALISTA E RIGORE BAROCCO: UN PONTE TRA GLASS E BACH

Molti sostengono sia abitudine umana maturare nel tempo un certo gusto per la semplicita` che si puo` percepire nell’esaltazione di termini ridotti al minimo nell’ambito estetico delle arti. Siano le arti stesse espressioni sonore, grafiche o narrative, talvolta contano tra i loro fautori alcuni esponenti per i quali l’interesse volge al creare produzioni dai caratteri ben identificabili, talvolta scarni, ma al tempo stesso capaci di suggestioni e effetti sorprendenti. Nel mio caso, si tratti di maturita` o no, fatto sta che mi trovo da qualche tempo accostato, in fatto di apprezzamento musicale, a quella corrente novecentesca che prende il nome di “Minimalismo”. Chi mi conosce e non ignora essere presente in me una certa predilezione per Wagner, fautore di armonie cromatiche ed estremizzatore della musica concepita in modo drammatico, o per la tradizione russa fortemente elaborata nel gioco degli accenti e delle dinamiche, potrebbe sorprendersi: il mio scaffale sta accogliendo un gran numero di registrazioni di musica di Philip Glass. Al musicista americano dedico anche una composizione per pianoforte solo a cui sto lavorando, il cui titolo e` appunto “Vetro”. Per quale motivo sto subendo questa strana fascinazione? Esiste forse una stanchezza mentale che mi fa godere di elementi ora semplificati, che per inciso non significa banali, e nettamente contrapposti a quel romanticismo di cui tanto a lungo mi sono nutrito? Ho “incontrato” Philip Glass meno di una decina d’anni or sono, dentro un cinema: davano il film “The hours”, diretto da Stephen Daldry e le cui musiche originali mi piacquero sin dai titoli di testa. La ripetizione ossessiva di quella cellula melodica, che si sviluppava solamente in un crescendo continuo e si sosteneva su un tappeto armonico d’archi, lasciava presagire la drammaticita` intensa della pellicola pur producendosi in modo tutt’altro che pomposo. Mi colpi` un modo di preparare lo spettatore all’azione drammatica in perfetta antitesi rispetto a quanto mi avevano abituato certi mostri sacri delle colonne sonore hollywoodiane, e a seguire, un commento alle scene che altrettanto andava declinandosi in frasi brevi in ritornello perpetuo. Cercando in seguito di conoscere maggiormente quell’artista che in un lampo era tanto riuscito a proiettarmi in una dimensione nuova, ne recuperai alcune incisioni. «Conoscenza e` ricordo», diceva Platone: io, pur senza stigmatizzarne i parametri, avevo gia` assaporato una musica similmente essenziale, molto tempo prima. Avevo infatti passato gran parte dell’adolescenza amando, come amo ancora, un musicista britannico di formazione tutt’altro che classica, ma dotato comunque di un particolare genio: David Sylvian. Mi permetto di citare un suo lavoro pubblicato verso la fine degli anni Ottanta, un doppio album in vinile dal titolo “Gone to Earth”: il primo dei due dischi conteneva canzoni nella classica forma che ad esse si attribuisce comunemente, con arrangiamenti ricercati e melodie su testo; il secondo, invece, era una raccolta di brani strumentali basati ognuno su un unico semplice tema, la cui suggestivita` era spesso da ricercarsi in timbriche particolari e atmosfere aleatorie costruite in multistrato. Senza rendermene conto, trovandomi del resto in un’eta` in cui si fruisce di molte cose senza aspettarsi una definizione di esse, mi ero gia` accostato all’arte minimale. Solo recentemente, ho voluto cercare il pensiero filosofico che, a partire dagli anni sessanta del Novecento, fece scaturire un nuovo approccio alla creazione artistica. Sebbene esistano dei teorici del pensiero minimale, la voce “Minimalismo” non e` contemplata nei dizionari di filosofia: probabilmente il concetto e` da cercarsi in una naturale evoluzione di una coscienza sociale, concretizzata nel rigetto nei confronti dell’eccesso in cui l’uomo moderno si trova imprigionato. La riduzione dell’ingombro in ambito della duplice categoria spazio-tempo, con la conseguente riorganizzazione della categoria stessa, finalizzata a contrastare quel senso di soffocamento a cui la fisicita` di un numero enorme di oggetti ci ha fino ad ora indirizzati: questa e` l’esigenza minimalista. La stessa tecnologia, da sua parte, sembra dimostrare quanto sia forte il bisogno di eliminare il numero maggiore di materia fisica possibile tramite la digitalizzazione e la compressione, tramite la “virtualizzazione” degli oggetti e la trasformazione degli stessi in codice binario. La contemporaneita` vede un mondo eccessivamente popolato, in cui gli abitanti si trovano costretti a utilizzare spazi vitali ristretti. Ma questo non significa che l’arte minimalista sia da leggere come allegoria della pura spogliazione in nome del mero svuotamento degli spazi. La bellezza di una stella alpina, che invero e` un fiore oggettivamente poco grazioso se paragonato ad altri, e` dovuta al fatto che sopra i tremila metri di quota essa si trovi ad essere il solo fiore in grado di sopravvivere: e` il contesto, quindi, a rendere la stella alpina bella, il contesto che e` rappresentato dall’assenza di altri fiori. Nella costruzione musicale di Glass, di Riley, di Adams, ma anche nell’architettura di Zumthor, nella pittura di Pollock e Stella, si trovano elementi ridotti nel numero e proprio per questo resi “belli”. Anche nel passato troviamo, certamente in modo meno estremo e meno fortemente concettuale, correnti artistiche che si sono prefisse l’idea di un ritorno all’equilibrio mediante la nitidezza del tratto, la perfezione geometrica ottenibile proprio grazie ad una diminuzione del carico ornamentale. Quel Neoclassicismo settecentesco che fortemente reagi` agli eccessi del Barocco guardava al mondo Greco come alla massima espressione delle forme, decisamente rese in modo da poterne esaltare la naturalita`. Naturalita` che, allora fosse stata sommersa di particolari ad essa estranei, sarebbe stata confusa e meno rintracciabile secondo dettami diretti alla ricerca della cosa in se`. Eppure, tornando alla musica minimalista e in particolare a quella di Philip Glass, mi trovo a dubitare che il Barocco sia cosi` lontano da essa. Il dubbio assale chi ascolta con sufficiente attenzione il “Concerto per violino e orchestra” e sente quali siano i richiami al tardo Seicento; lo stesso dubbio si attanaglia apprendendo che nella formazione del Compositore vi e` anche l’accurata analisi del “Clavicembalo ben temperato ” di J. S. Bach. Spunto di riflessione e` stato per me anche l’acquisto recente di un cofanetto contenente l’incisione di quel monumentale lavoro dello stesso Bach che e` “L’arte della fuga”, in un’edizione diretta da Jordi Savall e riprodotta in modo estremamente filologico, utilizzando strumenti musicali d’epoca. L’ascolto di materiale sonoro antico nell’interpretazione filologica puo` essere un ottimo modo per cogliere l’intenzionalita` dell’artista, ovvero il “motore emotivo” che lo ha portato a ideare qualcosa in un modo anziche` in un altro. Composizione musicale, trattato teorico-pratico e manifesto artistico allo stesso momento, “L’Arte della fuga” e` la dimostrazione di quante possibilita` possa esprimere la musica tonale: la capacita` di sorprendere l’ascoltatore avviene attraverso una manipolazione di una melodia sopra la quale si vanno a edificare altre linee orizzontali mediante la scienza del contrappunto. Probabilmente la musica minimale parte proprio dall’assunto per cui un semplice materiale sonoro possa rivelarsi a sua volta un punto di partenza da cui costruire architetture armoniche. Glass usa spesso, questo e` vero, frammenti melodici brevi e ripetuti: ma gli accordi che su questi frammenti costruisce offrono un allargamento delle prospettive, per cui ai sensi la melodia cambia costantemente pur rimanendo la stessa. Potremmo trovare gli stessi effetti anche ascoltando “Pulses per diciotto musicisti” di Steve Reich o la celebre “In C” di quel Terry Riley che molti considerano “padre e mentore” dei musicisti minimali. Ma tale prassi compositiva sarebbe nata ugualmente senza che piu’ di trecento anni prima Bach avesse concepito le sue “Variazioni Goldberg”, mostrando a generazioni intere di compositori quanto lo spazio ristretto della tonalita` fosse invece una miniera di possibili fondamenta per la costruzione? Con questo non intendo assolutamente ipotizzare l’esistenza di un legame diretto tra la scrittura dei vari Bach, Scarlatti o Vivaldi e i minimalisti americani secondo lo stesso ideale estetico. Sarebbe come porsi di fronte alle “Black lines” di Frank Stella tentando di decifrare gli arcani nascosti in un Giorgione: il significato, nel Minimalismo, coincide di per se` con il significante. Ma va di fatto ricordato che nessuna avanguardia nasce dal nulla. I piu` influenti compositori americani del Novecento proiettarono gran parte dei loro intenti verso l’idea di un recupero della musica tonale, messa seriamente in discussione dalla Scuola Viennese di inizio Secolo e dal sistema dodecafonico di Schoenberg. Un ritorno, quindi, a quei “vecchi maestri” di cui Bach potrebbe considerarsi progenitore, la cui lezione andava tuttavia rielaborata secondo nuove esigenze estetiche. La musica del Barocco e del Classicismo fu costruita secondo sistemi fortemente razionali, quanto in seguito non accadde per la musica romantica, e che tornarono a essere strumenti d’uso abituale nella musica contemporanea, che pure vi aggiunse teorie eterodosse per le quali la materia sonora poteva ottenersi mediante l’apporto dell’elettronica o delle vibraizioni acusiche di oggetti diversi. Da qui, la musica concreta, la musica aleatoria, la musica seriale. In ogni caso, almeno sul piano teoretico, musica fortemente organizzata. Come la musica di Bach. Tutta la prassi musicale novecentesca e` permeata da una rivalutazione del razionalismo artistico dei secoli XVI, XVII e XVIII, nonostante alcune forme di pensiero, soprattutto legate alla sottocultura degli anni Sessanta-Settanta, si volessero porre in netto contrasto con il passato in nome di una rivoluzione culturale totale. Il Minimalismo e`, di fatto, figlio di questa filosofia, ma si e` emancipato da essa organizzandosi in modo rigoroso, e per farlo non ha esitato a ricorrere a forme strutturali elaborate secoli prima, mediando un processo puramente istintivo e assiomi logici. D’altra parte, come e` giusto precisare, l’ideale del “puro istinto”, in musica, non puo` concretizzarsi. Il pregiudizio che vede nella figura del compositore una sorta di sciamano investito di un’ispirazione metafisica demoniaca in grado di infondergli un certo estro creativo rimane confinata alla dimensione mitica. Anche l’arte musicale la cui poetica si basa sull’improvvisazione per eccellenza, vale a dire il jazz, e` fatta di un rigoroso sistema grammatico e sintattico: nel romanzo “Presto con fuoco” di Roberto Cotroneo, il protagonista, virtuoso di pianoforte classico, racconta ad un certo punto la sua sorpresa nello scoprire quanto vi sia di Bach nel ragtime di Joplin. E anche la musica legata alla corrente minimalista, come tutta la musica nata negli Stati Uniti, deve una grossa parte del suo retaggio al jazz. Tirando quindi le somme: l’epoca in cui viviamo, se letta attraverso i codici e le figure retoriche delle arti, puo` davvero dirsi opposta diametralmente alla solidita` teorica post rinascimentale? In un tempo di apparente irrazionalismo etico, in cui la dimensione intima individuale prevale sull’esposizione di concetti collettivi e socialmente fruibili, il distacco dal rigore dell’oggettivizzazione e` da ritenersi cosi` marcato? Accurati sguardi rivolti all’arte, che va intesa specchio di contesti socioculturali e di fasi storiche ben delineate, dimostrerebbero il contrario.

ARTE MINIMALISTA E RIGORE BAROCCO: UN PONTE TRA GLASS E BACHultima modifica: 2011-05-12T07:16:51+02:00da bass-cocteau
Reposta per primo quest’articolo