Dei “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot

Luogo privilegiato per il poeta e`quella dimensione ideale in cui le categorie Spazio e Tempo si assestano in una condizione di “non moto”, di entropia dello spirito e, di coseguenza, di contemplazione di un tutto. Simile a questo luogo e`la guardiola dello scienziato, che volge le sue analisi da un punto la cui necessita`si concretizza nel distacco da passioni e pulsioni. Il poeta non agisce dove agiscono gli enti corruttibili; gli elementi che compongono il mosaico esistenziale, soggetti ai mutamenti sequenziali del “Nascere, crescere, morire”, gli sono etranei. Il suo alloggio, lo “studio creativo”, o se lo si voglia definire in tal modo, l'”atelier del poeta”, e`del tutto simile al concetto parmenideo dell’Essere. Immobile, innato, imperituro e quindi impossibilitato allo spostamento da una condizione a un’altra, in quanto incapace di passare da uno stato alla negazione dello stato stesso. In altre parole, il Tutto e`il luogo da cui la poesia scaturisce, poiche`solo dove nulla scorre, ogni cosa e`. Il limbo segreto dove Zenone escogito`il senso dei suoi paradossi, la “casa del poeta”, e`un luogo oltre confine in cui gli stessi mutamenti avvengono, questo e`fuori discussione: ma il loro dispiegarsi assume significati diversi da quelli legati all’esperienza sensibile. “Tempo presente e Tempo passato/sono forse entrambi presenti/nel Tempo futuro e il Tempo futuro e`contenuto nel Tempo passato” (Burnt Norton, I, vv 1-3): l’esperienza del Logos profetizzata da Eraclito, due epigrafi del quale fanno da proemio all’Opera, alludono appunto a un Tempo Unico, comune agli uomini. Piu`della filosofia, il verso diviene studio cosmologico, indagine, metodo di argomentazione: la “Camera Regia”, dove il cantore medita, ha abbattuto i muri della fisicita`e li ha sostituiti con la meraviglia dell’eternita`. “Qui l’unione impossibile /di sfere dell’essere e`in atto /qui il passato e il futuro /sono conquistati e riconciliati” (I dry salvages, V, vv216,219). Quella stanza non ha nulla a che vedere con la mitica torre d’avorio dell’artista, ma e`il luogo in cui “Posso dire soltanto /la`noi siamo stati: ma non so dir dove” (Burnt Norton, I, vv 67,68), ossia l’eterno presente spirituale. Eliot, come sappiamo, fu assai attratto dalla ricerca spirituale e si pose in atteggiamenti vicini alle esperienze di tipo mistico ed estatico, come del resto si puo` intuire leggendo l’altro grande suo capolavoro, “The Waste Land” del 1922: la sua concezione divina non e`dogmatica, ma abbraccia cio`che e`comune agli uomini, il “Chirurgo ferito” (East Cocker, Iv, v147) che con il suo sacrificio di sangue rigenera l’Umanita`. L’idea del fattore tempo dei “Quattro Quartetti” e`, come del resto suggerisce il titolo, molto piu`vicina al senso del ritmo, che a quella del crono: in una parola, musica. Pare che l’ispirazione diretta fosse stata, per Eliot, quella giunta dall’ascolto dei quartetti di Beethoven, anch’essi ripartiti in cinque movimenti e con un climax giunto all’apice nel quarto tempo della composizione. La musicalita` e`, del resto, ben espressa nei versi, che alcuni di essi, quelli del conclusivo “Little Gidding”, vennero musicati da Igor Stravinsky. La musica potrebbe, del resto, venire intesa come la “terra di mezzo” nella quale si colloca il gia`citato atelier: ivi si trova la “Primavera del mezzo inverno /e`stagione a parte, sempiterna /benche`intrisa di acqua verso il tramonto /sospesa nel tempo, tra polo e tropico” (Little Gidding, I, vv1,3). Le continue allusioni ai modelli di Eliot, i classici greci e latini, la Commedia di Dante, Milton, le leggende cavalleresche, sono del resto un fattore sensibilmente musicale: se infatti parte della poesia moderna spoglia la parola del significato privilegiandone il rimando sonoro, la lirica classica, rigorosamente concepita in giuste distribuzioni di metriche e accenti, attinge alla musica come ideale supremo. Thomas Eliot coniuga entrambi gli aspetti, non senza caricare la sua poetica di significati simbolici propri della letteratura ermetica. L’immagine che egli crea poggia su un equilibrio che si basa sul perpetuo accendersi della musica, intesa come stasi rispetto a quella “Terra Desolata” da cui riparte ogni generazione. Si potrebbe pensare, quindi, che il Poeta invidiasse nel compositore musicale la possibilita`di rappresentare in un modo allusorio, senza una descrizione oggettiva dell’emozione. Tale mancanza di oggettivita`non puo`dirsi, del resto, un tipico dei linguaggi universali, quelli delle arti che non necessitano di un idioma particolare e confinato in realta`geografiche ben precise? La letteratura, per quanto nobile, rischia di perdere l’intento dell’universalita`proprio a causa dell’ente che W. H. Auden considerava fine ultimo della poesia: la lingua. Il cercare un superamento della lingua, che talvolta fa della poesia l’arte letteraria piu`prossima alla musica, si esplica nei versi dal “Little Gidding”: “Se veniste per questa via /prendendo una strada qualsiasi, partendo /da qualsiasi punto, in qualunque /ora o in qualunque stagione sarebbe /sempre lo stesso: dovreste spogliarvi /di senso e nozione”. Il cimentarsi in un percorso piu`evocativo che connotativo diventa, per Eliot, il miglior modo per riallacciarsi a quella dialettica di morte e rinnovamento, di espiazione e redenzione che ne aveva gia`caratterizzata l’ideale poetico: tematiche che alludono al dualismo vita-morte, al soccombere e al ridestarsi dei quattro elemti alchemici (come quattro sono appunto i componimenti, i quali potrebbero a loro volta rimandare alla quadripartizione delle stagioni) si snodano ancora una volta. Al pari di “The waste land”, i “Four quartets” rientrano in quella nuova poesia religiosa inaugurata dallo stesso Eliot e da Ezra Pound, ma se nel primo componimento questa si identifica maggiormente nella carne e nel sangue, nel paganesimo della fertilita`, ora le atmosfere si fanno meno terrestri, distaccate grazie al raggiungimento di un se`spirituale. Una differenza stilistica che forse ricorda quel Dante per il quale Inferno e Purgatorio si descrivono in un modo meno elevato (lo “Stil comico”), rispetto a quanto va espresso circa l’estasi del Paradiso. Ma i quartetti, il Regno Celeste, non lo descivono: l’onnipresenza della morte e`tutto quello che lascia presagire l’Assoluto, ma ben si guarda dal rivelarlo. Il viaggio del Poeta non verte a un Fine, come per Dante fu la visione di Dio, ma a un nuovo inizio: “Attraverso l’ignoto rammemorato /cancello dove l’ultima terra da conoscere /e`quella che era il principio” (Little Gidding -V, vv243,245). E`dunque possibile ricondurre l’Opera in questione a una “poetica del Karma”, anche prendendo spunto dall’allusione alla divinita`indiana Krishna, nel terzo tempo dei “Dry Salvages” e al continuo mescolarsi delle sequenze temporali? Forse, posto che vi sia, la spiegazione traspare nei versi che chiudono l’intero componimento: “…e tutto sara`bene e ogni genere di cose /sara`bene, quando le lingue di fuoco si incurvino /nel nodo di fuoco incoronato /e il fuoco e la rosa siano uno”.

Dei “Quattro Quartetti” di T. S. Eliotultima modifica: 2011-06-16T17:58:38+02:00da bass-cocteau
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