LA FINE (INEVITABILE) DELLA MUSICA DAL VIVO NEI LOCALI

Premetto che temo non poco le ire di qualche mio ex-collega. Mi aspetto critiche pesanti, magari insulti e violenze psicologiche alle quali, comunque, sono pronto a dare il benvenuto piu`caloroso. Constatare e riflettere personalmente su quanto si e`constatato puo`portare a conclusioni certo scomode per qualcuno. E detto questo, mi assumo la responsabilita`di ogni frase da qui a seguire. Chi mi conosce da tempo sa come ho condotto la mia vita fino a pochi mesi fa (ho terminato la mia avventura di musicista “da bar” meno di un anno or sono). Sa che ho trascorso ore interminabili a bordo di un auto, diretto in posti in cui avevo appena il tempo per montare i miei attrezzi e mettermi a suonare. Sa che se una sera mi trovavo a suonare in una citta`con una formazione, la sera successiva avrei dovuto esibirmi altrove con un’altra. Chi poi, tra i conoscenti, mi e`parso piu`consono a raccogliere sfoghi e confidenze, sa anche quanto poco piacere provassi nel suonare in quei posti comunemente detti “locali”. Questi luoghi, dopotutto, altro non sono che attivita`imprenditoriali per cui il fine rimane, come e`logico, quello di riempire il registratore di cassa: da nessuna parte sta scritto che l’imprenditore della ristorazione e dello svago debba fare il mecenate ad alcun artista. Economicamente, la cosa ad essi non conviene: non e`necessario uno studio del fenomeno per comprendere che la musica dal vivo nei locali attrae un numero sempre minore di persone. Io stesso, che di musica dal vivo nei locali ho campato per un buon periodo della mia vita, evito con cura i concerti nei bar. Forse perche`disilluso circa la qualita`dei concerti, ulteriormente scesa da quando dilagano le Tribute Band, forse perche`sono ancorato all’antica convinzione che i luoghi deputati all’arte siano altri, o magari per il semplice fatto che nella maggior parte dei casi assisterei ad esibizioni di dopolavoristi ispirati da sua maesta`Fender. Quando un musicista prende accordi con il gestore di un pub, inizia per lui la piu`tragica odissea. Egli vive ore di totale angoscia dovuta all’eventuale assenza di un pubblico, ossia alla rezione a catena che porta al mancato guadagno del locale, allo scontento del titolare (che ci avra`rimesso anche con la piovra detta Siae), alla minaccia di non essere piu`chiamato. Ecco che il musicista allora, nello scongiurare la tragedia, inizia a pregare amici e conoscenti, persino parenti lontani, affinche`vadano a fare la parte del pubblico; intasa i social network invitando anche gli utenti che vivono in Cina (non si sa mai che qualcuno non si trovi a dover passare da queste parti); spende un credito telefonico a due zeri in sms dai quali ricevera`sempre la risposta «ok», dato che e`risaputo quanto un musicista che cerca pubblico sappia rompere le palle piu`di un venditore di polizze. A tutti, la promessa data e`quella di un «concertone con i contro», che verra`dimenticato dai presenti nelle prime ore del giorno successivo. I volumi, sempre sbagliati, si sistemano nel corso dell’esecuzione (sorprendenti gli impianti da migliaia di watt montati su salette di venti-trenta metri quadrati!). Se si fa del jazz, ovviamente, lo si condisce in quell’agrodolce per venire incontro al palato bifolco (che cosi`resta fino alla fine, e beve tanta birra, e paga la birra, e fa contento il gestore del bar che paga il suonatore e magari lo chiama ancora…); se si fa musica soft, meglio se di vivo c’e`poco e niente, se la musica la fa una base scaricata da internet su cui un belloccio canta con l’aiuto di un’unita`multieffetto; se si fa blues, e`ovvio, i brani saranno quelli soliti per i quali un tempo si diceva «facciamo un blues» intendendo «non sappiamo che cazzo fare e ci mettiamo a strimpellare su tre accordi facili». Ma tra tutti i “pubmusicanti”, i piu`divertenti sono sempre loro, i giovani alfieri del “rock alternativo”, quelli che a tutto quello che propongono usano sempre apporre il prefisso “post-“: “post-metal”, “post-funky”, “post-psichedelia-con-influenze-post-grunge-a-cui-si-mescolano-suoni-post-industriali”. Le loro gare all’originalita`si fermano ai nomi: a sentirli, alla fine, sembrano sempre lo stesso gruppo. Ma a loro, dopotutto, andrebbe accordata la tenerezza che si mostra ai sognatori, giacche`quei piccoli luoghi in cui la loro musica post-qualsiasi essi eseguono altro non paiono, nei loro immaginarsi stelle del futuro, che anticamere alla ribalta. Decisamente piu`da commiserare mi sembrano essere gli adulti del “vorrei ma non posso”, quelli che additano i lavoratori dei teatri come si addita la casta di cui non si e`riusciti a far parte (forse per mancanza di un talento o di uno studio serio?), quelli che lanciano inni «alla vera musica che e`qui» (a patto che vi sia la corrente ad alimentarla). Quotidianamente ricevo inviti a concertini di vario tipo. Mai rispondo. Sarebbe troppo difficile spiegare al mittente che preferisco ascoltare la musica in altri posti: dove chi ha sete e vuole una birra aspetta l’intervallo, e tace mentre dalla platea ascolta l’esecuzione in atto. Il piu`delle volte, se vado in un locale, il mio intento e`tutt’altro che ascoltare musica: il che, del resto, non mi permetterebbe di godere appieno della stessa musica quanto della birra. Inoltre, da anni, non sono piu`attraenti le proposte musicali dei pub: mi viene in mente lo storico luogo in quel di Venezia, conosciuto come “Al Vapore”, che fino a una decina d’anni fa portava ad esibirsi stelle internazionali, e che ormai campa sui concerti dei dilettanti che quasi non percepiscono compenso. Perche`mai dovrei andarci? E la stessa cosa vale per altri come me. La musica dal vivo nei locali sta capitolando. Lo sta facendo perche`ha smesso di essere musica, sacrificandosi all’altare dell’impresa commerciale. E se la musica dal vivo dovesse invece rimanere nei locali… beh, meglio un bel disco, allora: la birra, in casa, costa meno.

LA FINE (INEVITABILE) DELLA MUSICA DAL VIVO NEI LOCALIultima modifica: 2011-06-30T12:55:42+02:00da bass-cocteau
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