SU JOHN KEATS

Perche`John Keats mi sia entrato nel cuore piu`di ogni altro lirico, non riesco a dirlo. Eppure ne ho amati davvero tanti, di poeti il cui verso ancora riesce a sorprendermi. Se i ricordi riaffiorano e si proietta davanti a me l’immagine della mia adolescenza, eccomi mentre mi scorgo ammaliato dall’insano Baudelaire; e poi il Rilke dei vent’anni, assieme a Prevert, Leopardi, Auden. Ma l’inquietudine del mio passato, pur rimanendo costante, talvolta si fermava a ristorarsi dove una bellezza naturale la invitava al riposo: ivi trovavo Percy Shelley. Credo che il mio rapporto con Keats sia nato per una strana intercessione shelleyiana: fu il romantico inglese restituito dal mare assassino a presentaci. C’e`un bellissimo componimento di Shelley, Adonais, scritto proprio in epitaffio a Keats, la cui breve esistenza capitolo`nel febbraio del 1821: molti sono quelli che fanno di Shelley, Byron e Keats un trittico speciale su cui poggia la concezione romantica nella letteratura anglosassone. A dire il vero, trovo personalmente azzardati certi accostamenti: se tra Lord Byron e Percy Shelley si puo`parlare di effettiva amicizia e reciproca influenza, per quanto concerne il piu`malinconico John Keats dovremmo pensare ad una figura in disparte, lontana (non sempre idealmente) dai piaceri e dalle licenziosita`degli altri due. Byron, da Keats ammiratissimo, gli mostrava vivo disprezzo; lo stesso Shelley che tanto lo pianse non fu, al principio, piu`tenero nei suoi confronti; dell’avventurosa brigata egli non fece mai parte, il suo amore per un’unica donna lo privava di un certo gusto per il libertinaggio ostentato dai suoi compagni intellettuali. Le lettere a Fanny Brawne, amore infelice, sebbene corrisposto, del poeta, mostrano quanto forte fosse l’attaccamento di Keats all’immagine di un amore puro, ad un sentimento a cui potersi donare pienamente. L’idealita`trascende, comunque, dalla dimensione erotica per giungere ad un unita`in cui l’innocenza pagana quando sacri erano i rami della foresta/ incantata, sacra era l’aria, l’acqua, il fuoco… irrompe in un ricordo nostalgico. Il ricordo nostalgico della poesia, intesa come qualcosa che in tempi lontani si librava nell’aria e che ora si racchiude nei soli animi delicati, sempre incompresi. La conseguenza, come spesso avviene, e`il rifugio altrove, nell’immaginazione (lascia sempre vagare la fantasia/ e`sempre altrove il piacere/ e si scioglie, solo a toccarlo), nel sonno e nel desiderio della morte. Non si deve tuttavia pensare a Keats come a un cantore dell’infelicita`, accostandone erroneamente la poetica ad una sorta di esaltazione della tristezza: il pur esistente pessimismo dato dalla negazione dell’ideale della bellezza pura si contestualizza spesso nella contemplazione di una natura splendida, a tratti selvaggia, nelle reminiscenze del classicismo greco, nel culto dell’armonia insita nell’Universo. Il poeta e`colui che piu`di tutti comprende una bellezza realmente esistente che tuttavia, in quanto uomo, puo`solo guardare senza esserne parte. Le odi di Keats sono sempre rivolte a cio`che l’uomo non e`, e che non essendo, lo spingono in cerca di compensazioni effimere, inadatte a cambiare il suo misero destino. Va precisato che nella visione di Keats, nel suo rispecchiarsi in contesti naturali, quindi innocenti, manca tutto quell’eccesso di intellettualismo che talvolta macchia la poesia romantica. Se infatti da una parte troviamo lo Shelley intriso di nozioni latine e greche, frutto di studi appassionati, in Keats tutto si dispiega in una contemplazione mossa da “beatitudine innocente”, per la quale i significati allegorici rimandano sempre alla purezza dello sguardo, allo stupore e a un semplice constatare quanto l’essere umano sia apparentemente privato della gioia a cui piante e animali partecipano. Non voglio con cio`ridurre Keats ad un poeta infantile, giacche`l’esaltazione del semplice avviene in lui assai spesso mediante congetture profonde e complesse. E del resto l’artista e`colui che spesso si pone di fronte all’oggetto semplice restituendolo, rielaborato, alla fine di un processo intellettuale. Umile, lo rievoca Borges, riportandone le parole : «io non so nulla, non ho letto niente». Ma non e`del tutto vero: sia pur figlio di uno stalliere (il padre si occupava dei cavalli del suocero a Finsbury, nel distretto di Londra), conobbe gli scritti di Virgilio, di Fenelon (che pur tradusse) e di Milton sin dall’infanzia; inizio`studi di medicina a Londra e pratico`come farmacista; si interesso`a Shakespeare e alla mitologia classica, sposandone la nostalgia sublimata dai neoclassicisti preromantici. L’atteggiamento antiaccademico di Keats non e`, quindi, da leggersi come mancanza di conoscenze che gli abbiano impedito di maturare uno stile colto. Piuttosto, il suo modo di concepire il verso supera la scolarita`e le accademie, privilegiando l’immagine e il suono. I versi di uno Shelley sono perfetti. Keats non guarda al perfetto, ma all’anelito dell’uomo alla perfezione che non esiste. Tant’e`la scrittura di John Keats un continuo atto creativo, per il quale non sono necessarie lunghe fasi di lavorazione. Ovviamente, ridurre con cio`la sua poesia a un semplice lamento che nasce da un animo malinconico significherebbe delegittimare un numero tutt’altro che esiguo di studi compiuti sullo stesso Keats, che a tutt’oggi sembrano non avere avuto termine. Pagine e pagine sono state redatte sulla sua vita e sulle sue opere, pur riferendosi a una figura il cui destino si vide bell’e compiuto a soli venticinque anni. Una motivazione di tanto lavoro sulla sua poesia, forse puo`trovarsi nella mai tramontata fascinazione che ancora l’Ottocento, e soprattutto l’Ottocento previttoriano in Inghilterra, continua ad irradiare: i personaggi che vi sono legati, per ben incarnare la nostra idea del movimento attorno al Romanticismo, sono coloro la cui morte giunge presto, e la cui vita nega gioie durature. Malaticcio, povero, segnato da conflitti profondi: John Keats ben corrisponde allo stereotipo di Romantic Hero che produce invenzioni artistiche straordinarie lottando contro la sua stessa condizione. Se, in seguito, i simbolisti del Decadentismo francese verranno a patti con la drammaticita`della vita, esprimendola nei versi, il poeta romantico parte dalla sua esistenza nel dramma per idealizzare un oggetto piu`dolce, progettando quindi un’Arcadia in cui fuggire. E nell’immagine del poeta fisicamente e moralmente debole, forse qualcuno potrebbe riconoscere, come controparte mediterranea, il nostro Leopardi, ma accostare i due contemporanei non e`cosi`semplice. In primo luogo, per il differente sguardo nei confronti dell’antico, che se per il poeta inglese colma nella nostalgia di un sacro autentico, caratterizzato dal culto per la natura, per il cantore di Recanati si identifica nell’ammirazione delle forme e nell’esaltazione di una razionalita`dimenticata; il rapporto che inoltre i due poeti hanno con la natura, mondo incantato e di pace per Keats e crudele matrigna per Leopardi, oppone quest’ultimo al meraviglioso stato estatico di certe visioni romantiche, avvicinandone l’atteggiamento a quel William Blake che, tra i grandi dell’Ottocento inglese, si trova in una posizione a parte. Sia chiaro: non e`da considerare il Romanticismo come un movimento omogeneo, anche alla luce dell’esaltazione del soggetto che e`inteso quale ente privilegiato di fronte al mondo. Fichte, precursore delle tesi idealiste, lasciando al singolo Io la costruzione del mondo, dimostra quanto sia impossibile parlare di veri intrecci tra gli artisti. Pertanto, asserire che tra le produzioni poetiche di grandi contemporanei vi fosse un’intenzionalita`comune ha poco senso, se per tale intenzionalita`si intende un movente unico a tutti. E`lecito sospettare che un forte senso di appartenenza a un’ unica filosofia legasse Lord Byron e Percy Shelley, ma Keats, che pure alcuni critici hanno visto come comprimario rispetto ai primi due, sviluppa nei suoi versi un individualismo autentico, autonomamente. Un individualismo che, alla fine della sua vita, sfocia in una non piu`nascosta misantropia. A Fanny, gia`malato, scrive da Kentish Town: davvero mi piacerebbe rinunciare subito a tutto, mi piacerebbe morire. Sono nauseato dal mondo brutale a cui tu sorridi, odio gli uomini e ancora piu`le donne. Ma questo non e`un odio da leggersi come rivolto a tutto quanto sia il mondo. Quella parte del mondo che il poeta rifiuta e`rappresentata piuttosto dalla societa`progredita, dai critici letterari, dalle civetterie del sesso femminile di cui la sua amata Fanny fa pur parte, ma che per Keats si trasfigura in una veste angelica, eleggendone l’immagine a vestale sacra del tempio della poesia. Fanny e`l’eccezione tra le donne (e quindi l’unico oggetto degno d’amore) per il poeta di Finsbury come eccezione fu Beatrice per Dante, ma limata di troppo spiritualismo e trasferita dal cielo alla semplicita`terrena. Per “semplicita`terrena” intendo quello che e`possibile riconoscere quale costante nei versi di John Keats: i suoi personaggi prediletti sono piante, usignoli, cervi e colombe, assai di frequente cantati come esseri superiori in forza della loro naturalita`. Va ricordato che la lettura delle “bucoliche” di Virgilio segno`fortemente il suo pensiero come, pare, ebbe molto peso anche nella formazione intellettuale di Spenser, il poeta da Keats piu`amato. Credo comunque che non sia troppo corretto cercare nella figura di un lirico come John Keats (cosi`come forse non lo e`in alcun altro come lui) un numero di significati, rimandi e filosofie. La poesia piu`bella e`sempre quella che chiunque puo`leggere, anche senza sentirsi in obbligo di scavare nell’intimo di chi la scrive, quindi anche senza l’abbandonarsi ad interpretazioni e dissertazioni erudite. Per questo amo definire “semplice” la poesia keatsiana: essa non richiede particolari doti intellettuali, o troppe nozioni di cultura generale, per essere gustata. I riferimenti alla mitologia classica in componimenti come l’Ode a Psiche hanno effetto anche se il lettore non conosce il mito narrato da Apuleio. Questo modo di fare poesia, talvolta, puo`ricordare maggiormente l’arte del comporre musica piuttosto che la letteratura: il livello medio di fruizione della creazione di un compositore di sinfonie, di opere, sonate o concerti e`di solito emozionale, per cui lo stesso compositore non si aspetta di rivolgersi ad un pubblico afferrato in merito alle regole dell’armonia o del contrappunto. Il poeta Keats fa lo stesso. Non a caso, tra i grandi romantici, ve n’e`uno che particolarmente vicino a Keats sembra essere, e che si tratta proprio di un musicista: Robert Schumann. A entrambi sono infatti comuni la frustrazione data dallo scredito dei critici, l’ossessione per la temuta mediocrita`(Schumann e`un “pianista fallito” che ripara nella composizione, e che assai spesso sopravvive grazie alle entrate della brillante moglie, concertista di fama), il difficile e spesso ostacolato rapporto con la persona amata. Sotto quest’ultimo aspetto, le convergenze tra i due sono sconcertanti: l’ossessione amorosa di Keats per Fanny Brawne e`pressoche`identica a quella nutrita da Schumann per Clara Wieck. E come Schumann si mette ad un certo punto da parte, facendosi volontariamente ricoverare per non far pesare sulla famiglia la follia che lo ha preso prigioniero, Keats, segnato dalla tisi, offre a Fanny di rompere il fidanzamento, offrendole in questo modo l’opportunita`di cercare altrove la serenita`che il poeta non potra`mai offrirle.
Queste mie riflessioni, lo riconosco, non rispondono al mio chiedermi per quale motivo Keats, al posto di qualsiasi altro, sia il poeta che parla “a me”. So che talvolta i gusti personali sono esenti da spiegazioni, riservandosi per essi un diritto d’esistenza incondizionata. Dopotutto, chi ama la poesia, e`tendenzialmente un esteta, si culla grazie al metro e a una limatura sintattico-linguistica che non potrebbe trovare nella narrativa: ci si sceglie un “poeta del cuore” con gli stessi criteri secondo cui un musicista, o anche un semplice cantautore, ci piace piu`di altri. La forma della poesia, si essa libera o, come lo stesso Keats ha scritto, che della propria ghirlanda sia almeno reclusa, evoca e non connota, allo stesso modo della musica, e come quest’ultima lascia a chi la assorbe un soggettivo incontro con l’arte. Il comunicatore, nella poesia, e`un potenziale mediatore di molteplici verita`, accolte dall’uditore a seconda di cio`che l’uditore stesso e`pronto a recepire. Di conseguenza, una certa propensione all’ermeneutica e`richiesta al lettore di poesia, e cio`potrebbe spiegare per quale motivo alcuni di noi, magari anche assidui frequentatori di letteratura in prosa, trovano “difficile” leggere poesie. Fruire di questa forma d’arte significa spesso immergersi in qualcosa di enigmatico, che nasce il piu`delle volte da un’intuizione dell’artista e si dispiega con un linguaggio che aumenta la sua semantica e la spinge agli estremi in nome di una legge dettata dal suono insito nei vocaboli. Pochi, ad esempio, sanno che la lingua inglese, considerata grammaticalmente semplice, contiene un numero di vocaboli che risulta tra i piu`alti: le poesie degli inglesi sono la sola forma di letteratura che sfrutta pienamente la ricchezza terminologica di questa lingua. Emblematica e`la definizione di “servo del linguaggio” coniata da W. H. Auden proprio per descrivere il mestiere del poeta, che infatti e`colui che tra i letterati apre il ventaglio piu`ampio di parole da offrire al lettore, essendo -per esigenze stilistiche, estetiche o espressive -costretto spesso a cercare sinonimi e appellativi. Come servo della lingua inglese, John Keats non ha da temere confronti. Tuttavia, come e`ovvio, cio`che noi leggiamo nell’immediato e`la traduzione italiana della sua poesia: per il normale lettore, l’aspetto tecnico delle composizioni ketsiane e`incoglibile, almeno all’inizio. Eppure, mi si perdoni il voler polemizzare con chi assume posizioni estremiste ritenendo che la poesia va letta solo da chi conosce la lingua nella quale essa e`stata scritta in origine, le immagini evocate da Keats, cosi`come la carica emotiva dei suoi versi, anche tradotte restano intatte. Fortunatamente la nostra patria lingua, sebbene differente dagli idiomi neogermanici, ha in se`un potenziale espressivo grazie al quale un poeta straniero, se accuratamente preso in esame da un bravo traduttore, puo`brillare in modo anche maggiore che in origine. Del resto, tradurre letteratura non si differenzia molto dal trascrivere musica. E se universalmente possiamo riconoscere la grandezza di un Bach per il quale le composizioni pensate per il clavicordo o per l’organo sono belle anche nella loro versione al pianoforte, anche in un Keats o in uno Shelley non dovremmo denigrare la rilettura in una lingua diversa dall’inglese dei bellissimi versi. Anche alla luce di cio`, non mi imbarazza dire che nessun poeta italiano e`mai riuscito ad emozionarmi quanto Keats: il lirico malinconico, colui che ha reso la “zona grigia” dello spleen poetico un viaggio interiore che mescola la dolcezza al tragico, non precludendosi tuttavia l’abbozzo di un sorriso tra le lacrime, e`da tanto tempo un interlocutore privilegiato per la mia anima. Sottolineo che quest’anima e`mia: pochi altri sono riusciti a scrivere in modo tale che lo spirito che mi porto dentro quando apro un libro sia fieramente e costantemente ancorato a me, per una volta parte di quanto in quel libro vi e`scritto.

SU JOHN KEATSultima modifica: 2011-08-13T00:14:40+02:00da bass-cocteau
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