LADRI DI STELLE DI JAZZ

Proustiane sono talvolta le reliquie rinvenute dal passato di cui abbiamo fatto parte: la capacita`rievocativa di qualcosa che si era lasciato invecchiare in qualche cassetto, qualora il cassetto viene aperto a distanza di anni, prorompe in tutta la sua foga, inaspettatamente. Ognuno di noi ha una nostalgia. Ognuno di noi nega quella parte lasciata indietro in nome di un certo dovere di crescita e di maturazione. Ma, qualcuno racconta, un Peter Pan burlone ama visitare gli adulti per portarli a rimpianti, vestendo i panni di qualche oggetto che racchiude il ricordo di una felicita`andata. Le registrazioni ritrovate, su cassetta (e ho dovuto faticare a ritrovare un apparecchio che potesse riprodurre il supporto di nastro magnetico), risalgono a un periodo che ricordo con non pochi sorrisi. Dai diciannove ai vent’anni, in un contesto in cui tutto si basava sulle speranze e sui sogni post-adolescenziali, avrei potuto riprendere le scene della mia vita come una commedia brillante. Avevo rimediato una vecchia e scassata Fiat 500, di quelle con il cambio non sincronizzato e l’avviamento manuale: ci avevo messo uno stereo a nastri tra le quali non mancava mai la raccolta ritrovata ieri nel famigerato cassetto. In quel periodo suonavo il basso elettrico (avevo la copia econimica di un Fender) in un gruppo blues e in una formazione in cui ci si cimentava tra tentativi, sempre mal riusciti, di fusion e funky-jazz. Nutrivo un senso di idolatria folle nei confronti di John Patitucci e passavo i fine settimana a studiare grooves con l’inseparabile compagno, un batterista di nome Pascal, conosciuto piu`per la sua obesita`che per il talento. Fossimo mai riusciti a finire un pezzo! Ci piacevano le cose difficili da eseguire e, acerbi quali eravamo, raramente sapevamo da che parte cominciare. Chick Corea, Gino Vannelli, Pat Metheny erano le nostre ossessioni, l’andare ad ascoltare i virtuosi alle jam sessions era il programma serale del venerdi`e il sogno ricorrente era la ribalta della scena fusion americana. Ripeto: sognavamo, ma non eravamo affatto bravi. Illudersi di poter fare i musicisti senza aver neppure buone basi teoriche (il jazz, io lo avrei capito poco dopo, necessita di una buona conoscenza dell’armonia funzionale, della sintassi e della grammatica legate all’improvvisazione consapevole), era il nostro balocco. Ma come in certi quadri gli sfondi riescono a esprimere piu`dei soggetti ritratti, anche allora il contorno riusciva a rendere la mia esistenza unica. La neonata sede dell’associazione “Musica Si” era il mio rifugio; il pianoforte a mezza coda del “Caffe`Paolin”, perennemente immerso nella coltre del fumo ancora lecito nei locali pubblici, mi faceva impazzire; una citta`completamente diversa dalla bomboniera creata dalla giunta padano-zaccariottolosa, una citta`viva come non lo e`piu`, faceva da cornice ai miei sogni. Pascal, il batterista da un quintale e mezzo, dannatamente ossessionato dagli strumenti della giapponese Yamaha, firmava cambiali per comprare i migliori pezzi da aggiungere alla sua batteria: se all’epoca io avessi seguito i suoi consigli, credo che sarei tutt’ora interdetto dal Crif. Riascoltando ieri il nastro, in cui avevo trasferito da una serie di dischi in vinile brani di Diane Schuur, dei Love and Money e dalle raccolte dell’etichetta Grp, non dico di avere provato vera nostalgia, quanto una certa curiosita`, poiche`, talvolta, ci si specchia nel passato solo per capire quanto la recettivita`emotiva nel presente sia cambiata. Mi manda ancora in visibilio il basso di Will Lee sulla versione di Diane Schuur di “Lousiana Sunday”? Meno di allora. Il sorriso con cui penso al grande Pascal mentre cerca di far stare un’intera batteria nella mia 500 non significa di per se`un voler tornare indietro. Crescendo, si impara anche a farsi da parte, ad accettare che il voler conservare il titanismo della gioventu`e`una guerra persa in partenza. Molti di quei conoscenti di allora, che ho quasi sentito riecheggiare attraverso il fruscio del nastro ritrovato, che siano vivi o morti, lo ignoro. Tra dieci anni, d’altra parte, ignorero`le sorti toccate ai miei conoscenti di oggi: e`inevitabile. La sola cosa che riconosco essermi difficilmente accettabile oggi, e che appartiene agli anni in cui quella cassetta veniva incisa, era nel mio spirito, non nella musica che suonavo (male) e che ascoltavo: era la possibilita`di non pensare. Non pensare che la vita sarebbe con il tempo diventata piu`dolorosa che felice, non pensare alle angosciose lotte per sopravvivere che l’uomo di Darwin avrebbe dovuto affrontare maturando. Un ricordo simpatico dell’epoca? Pascal e io, una domenica pomeriggio, eravamo usciti con due ragazze in macchina. Queste si erano alla fine rivelate estremamente antipatiche e capricciose: finimmo per lasciarle su una strada tra Jesolo e San Dona`, indispettite e offese per l’onta subita. Oggi, non potrei piu`fare a cuor leggero qualcosa del genere.

LADRI DI STELLE DI JAZZultima modifica: 2011-09-17T12:34:00+02:00da bass-cocteau
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