DAVID SYLVIAN – “DIED IN THE WOOL / MANAFON VARIATIONS”

Premetto: non mi trovo, nello scrivere, in uno stato di serena neutralita`, essendo io un estimatore dell’Artista in questione il cui approccio tende spesso a rasentare l’idolatria. Devo precisare quindi che potrei apparire a chi eventualmente dovesse leggere questo scritto non troppo dissimile dal Vittorio Feltri di turno mentre elogia una mossa dell’attuale parlamento: mi si passi, pertanto, la mancanza di imparzialita`, di cui mi scuso in anticipo. David Sylvian ci aveva lasciati alle prese con un disco non facile, il dibattuto “Manafon” che aveva spiazzato molti dei suoi ascoltatori con un susseguirsi di mezzetinte tendenti allo scuro. Qualcuno aveva definito “Manafon” un disco malato, minimalista oltre misura, estremamente malinconico e molto legato a “Blemish”. Un lavoro sperimentale, suggestivo e costruito tramite sonorita`acustiche il cui scopo pareva maggiormente incline alla creazione di spazi vuoti piu`che di musica. Per cio`che concerne le “Manafon Variations” presenti in questo nuovo album, ci si riferisce a soli cinque brani, che vengono qui riletti in chiave decisamente meno plumbea rispetto alle versioni originali. L’iniziale “Small metal gods”, alla quale, come in “Manafon” viene affidato l’onere di dare la prima impressione all’ascoltatore, pare risorgere dal feretro da cui a stento prima la si poteva udire respirare. La luce pare aver sfiorato, a modo suo, quel canto sommesso. La stessa voce di David Sylvian, stavolta, pare mettere da parte la sua componente recitativa per cimentarsi, dopo non poco tempo in quel cantato lirico che ricorda i due episodi dei “Nine Horses”, pur non tornando mai, se si eccettua qualche allusione in brani come “I should not dare” e “A certain slant of the light”, alle atmosfere eleganti dei primissimi lavori pubblicati dopo lo scioglimento dei Japan. Si rimane in quella dimensione intimistica del Sylvian piu`recente, quella che fonde accessi elettronici a sezioni strumentali acustiche, ossia in quello che e`un discorso iniziato a partire da “Dead Beeds on a cake” e che in un certo senso continuka a riflettersi in nuove sfumature. Anche stavolta la stesura delle musiche si rifa`in gran parte all’improvvisazione libera lasciata ai singoli musicisti che hanno preso parte alle sessioni in studio di registrazione (potrebbe essere altrimenti, avendo David Sylvian a disposizione collaboratori della caratura di Evan Parker?): “Died in the wool” potrebbe quindi dirsi un nuovo capitolo dell’ultima evoluzione stilistica del compositore e poeta inglese, che pare avere deposto i le redini della scrittura assoluta. Continua il sodalizio artistico iniziato qualche anno fa con il musicista giapponese Toshimaru Nakamura, elemento chiave nelle nuove produzioni (quelle su etichetta Samadhisound) che pare essersi sostituito nel ruolo di mentore per David Sylvian che un tempo ricoprirono Riuichi Sakamoto e Robert Fripp. Una collaborazione comunque fruttifera, spesso proiettata nell’intento di creare suggestioni poetico-sonore con elementi aleatori che potrebbero ricordare la musica del Luigi Nono de “La fabbrica illuminata” e la musica concreta del Novecento piu`sperimentale. Bellissima prova compositiva e`contenuta nel secondo cd del box. Si tratta di “When we return you won’t recognise us”, un unico brano di circa diciotto minuti di durata, commissionato per la Biennale Architettura delle Canarie tenutasi nel 2009, composto assieme a John Butcher, Arve Henricksen e lo stesso Nakamura. Nella tessitura sonora di questo lavoro si trovano tutti gli elementi che da “Manafon” caratterizzano le nuove direzioni di David Sylvian, che si occupa personalmente anche della post-produzione e del missaggio. Un bel disco, davvero, intellettualmente onesto e coerente. In attesa del suo prossimo passaggio per dei concerti in Italia, previsto a Marzo 2012.

DAVID SYLVIAN – “DIED IN THE WOOL / MANAFON VARIATIONS”ultima modifica: 2011-11-01T22:22:56+01:00da bass-cocteau
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