LA VOCE SU U.A.700

Alla solita ora, camminava lungo il corridoio, varcava la soglia della saletta ricreativa e
sedeva sulla poltrona di pelle sintetica. Poteva scegliere se indossare la cuffia, che del resto
non aveva mai smesso di funzionare, ma da lunghi mesi ormai, all’interno dell’intero modulo
U.A.700, le conversazioni tra i due non potevano essere udite da altri. Dal giorno del guasto
irreparabile, dalla cessazione di tutte le comunicazioni con la Terra e con tutte le navette
ausiliarie, la piccola struttura vagava alla deriva in un oceano indefinito, nero come la pece,
sempre più oramai troppo lontano per poter essere ritrovata. La voce era una manipolazione.
Un insieme di algoritmi estratti dalla memoria della Dream Box in dotazione ai membri
dell’equipaggio dei differenti moduli progettati per la raccolta di detriti spaziali. Era stato lo
stesso Pierre a modificare il software: aveva esteso la consapevolezza dell’illusione di chi per
passatempo usava la Dream Box all’autoinganno compiaciuto di una voce. Parlare con lei era
la sola cosa che facesse sembrare il peso dell’essere solo un fardello sopportabile. Le parole.
Esse si facevano trasparenti come gocce che nessuno avrebbe notate, ma i cui effetti si
sarebbero percepiti spesso inconsciamente. L’inconscio benessere si sprigionava discreto,
mescolandosi alla disperazione in uno strano connubio impossibile da descrivere: -Ma ci sono
composizioni simili alla chimica anche nelle emozioni – era ormai giunto a concludere. Per un
uomo dalla formazione scientifica minuziosa e assiduamente assorbita presso le accademie
dell’Esercito, le congetture, anche inerenti alle cose che si toccano solamente con l’anima
finiscono sempre con il collimare in reazioni tipiche della scienza.

-Stai ancora analizzando le
sensazioni come si fa con le molecole dell’aria che respiri, Pierre? –

– Anna, ti ho creata grazie
all’analisi. Ricordalo. –

Lei pareva riuscire a vederlo. Non si trattava forse che di un calcolo
delle probabilita`, sistemato in modo tale da indovinare quale fosse l’atteggiamento di lui. Ma
questo gioco delle possibili soluzioni si era cosi`affinato che lo stesso Pierre aveva spesso
finito per confondere il processo di un software con una reale intuizione. Anna era nata cosi`,
da una libera e non autorizzata modifica da parte di Pierre al programma Dream Box.

– Temo
che il mio creatore cominci a trovarmi eccessivamente invadente, viste le mie continue
domande. –

Pierre sorrideva. Anche stavolta Anna indovino`il suo sorriso.

-So che sei bello
quando ridi. E so anche che stai pensando che nel tuo modo di programmarmi non c’era la
previsione che io ti adulassi. –

Pierre accettava che Anna sviluppasse la capacita`di prodursi in
apparenti pensieri autonomi. Lei lo interrogo`anche allora sulle scorte di viveri e sull’ossigeno
a disposizione.

-Abbiamo provviste per un anno, Anna. Il carburante invece se ne e`quasi del
tutto andato per via della mia stupida mania di tentare qualche manovra di ritorno.
Comunque, poco cambia. Non ci ritroveranno mai. –

-Lo so.-

Anna non parlava mai di una
possibile salvezza, e del resto Pierre dubitava in modo sempre maggiore che le squadre di
ricognizione stessero ancora cercando U.A 700. L’uscita dal Sistema Solare, avvenuta due anni
prima, era stata accidentale. Da allora il destino aveva iniziato ad essere contrario al Tenente
Pierre Stivel, tecnico di laboratorio specializzato nei reperti di archeologia spaziale. Il Modulo
U.A.700 era ormai la sua prigione sperduta in cielo.

– Pierre, mi hai chiamata con lo stesso
nome che portava tua madre. –

– Se lo sai, devo avertelo detto io. Si, sei diventata invadente.
O semplicemente troppo puntigliosa. –

Non vi era alcuna aria di rimprovero nelle risposte di
Pierre. Talvolta rimaneva solo la curiosita`di chi, avendo creato un sistema di suoni che per
sua stessa consapevolezza doveva essere un effimero derivato dalla Dream Box, la cabina di
svago che proiettava sogni, si trovasse nelle condizioni sempre piu`frequenti di trovare in
Anna qualcosa di inerente a reali emozioni. Gli era sembrato che Anna talvolta lo aspettasse,
in quella sala oltre il corridoio, isolata dalle aree di comando.

– Dimmi di lei, Pierre… –

– Per
quale motivo vuoi che te ne parli, Anna? – le disse, – E`morta quando ero bambino. Ho un solo
ricordo abbastanza nitido. Credo fosse quando avevo cinque, o sei anni. Anche perche`poi
e`iniziata la malattia e da allora la potei vedere solo in ospedale. Credo di avertelo
gia`raccontato. –

La voce elettronica di Anna tacque per circa un minuto. I suoni uscivano
dalle feritoie di una piccola cassa audio mentre uno schermo ne mostrava lo spettro grafico:
Pierre trascorreva le pause silenziose di Anna guardando il monitor. Anna riprese a parlare:

-Raccontalo ancora. Voglio sentirlo di nuovo. –

– Credo fossi stato picchiato dai ragazzi
piu`grandi. Piangevo seduto sull’altalena, in giardino. Non credo fossi ferito, non ricordo altro
che lo spavento. Lei venne a prendermi in braccio e mi tenne sulle ginocchia fino a tarda
sera… quando mi addormentai, lei mi mise a letto e stette seduta accanto a me tutta la
notte. E`tutto quello che ricordo. –

Abbozzo`un sorriso che Anna non vedeva.

– Non ricordi
quali parole ti disse? –

-No.- Mi hai detto che non ricordi la sua voce. Che hai dimenticato
come ti parlasse. –

Anna gli chiedeva con insistenza, spesso, di raccontarle della sua vita sulla
Terra, che lei non aveva mai conosciuta. O almeno, la totale ignoranza di Anna nei confronti
della Terra, era scontata per Pierre e, quando talvolta lei sembrava argomentare come se
conoscesse cose proprie dello stesso mondo da cui egli proveniva, riteneva esserci qualche
accidentale dato inserito in lei proveniente dalla Dream Box. Pierre udi`il suono dell’allarme:
doveva tornare alla sala comandi ed effettuare il controllo. Ci mise pochi minuti in tutto.

-Anna, – disse tornando, – e`partito l’impianto di ossigenazione, ora. Mancava solo questo. A
breve, la noiosa prigionia sara`finita.

-Quanto, ancora? – chiese lei.

-Tra dodici ore, al
massimo. Non potremo piu`rigenerare l’aria. Moriro`asfissiato. –

Si verso`del vino. Il lungo
periodo di solitudine all’interno di U.A.700 sarebbe finito. Aveva creato Anna per solitudine;
cercava l’illusione di un collocquio gentile e grazie alla sua abilita`nel modificare i sofware
ricreativi dei moduli spaziali si era costruito quella voce dolce, a tratti sensuale. Le aveva
dato il nome di sua madre, perduta a sette anni, e della quale ricordava cosi`poco.

– Resta in
questa stanza, stanotte, Pierre. –

Anna sembro`essere per la prima volta una voce meno
ferma e quasi implorante.

– Non credevo che tu ti spaventassi, mia cara.

– Voglio solo essere
vicina a te. Potresti preparare qui un giaciglio, aspettando il compimento. –

– Il compimento?
Anna, ma te l’ho insegnata io questa espressione? –

– Se non respirerai piu`, avrai delle strane
sensazioni. Vedrai cose che non ci sono, non e`che finisca tutto con qualche colpo di tosse e
via. Ma non fara`male: ti addormenterai e non ti sveglierai mai piu`. E poi, magari, quelle
cose che vedrai saranno belle. Molto piu`belle dei sogni che proiettano quelle cabine. Resta
qui.

– Pierre, per la prima volta senti`una strana commozione scaturirgli dalle parole del
software. Guardo`lo schermo, pieno di preoccupazione:

– Vuoi che ti scolleghi? Quando mi
saro`addormentanto tu continueresti sola in eterno, con chi parleresti? Se ti scollegassi ora,
dormiresti anche tu.

– Ma Pierre, da quando hai compassione per me? Sono sempre stata un
giocattolo per te, mi hai fatta perche`qualcuno rispondesse ai tuoi discorsi, discorsi a cui non
c’e`nessun altro all’interno del Modulo che possa partecipare. Sono nata da te, dalla tua
abilita`nel programmare e combinare codici, solo per un capriccio da parte tua: voglio solo
stare vicina a te. Ti chiedo solo questo. Non scollegarmi.

– Pierre sistemo`una branda vicino al
monitor in cui appariva, sotto forma di grafico, la voce di Anna. Passarono le ore scherzando.
Pierre aveva alle spalle un matrimonio fallito, non aveva figli e non lasciava nulla sulla Terra.
Come tutti gli ufficiali della Divisione Speciale, aveva ricevuto un addestramento psichico tale
da rendergli estranea la stessa paura della morte. Dalla deriva accidentale della navetta, e
dalla conseguente avaria nei sistemi di conunicazione, nonostante fosse considerato
“psicologicamente molto forte” dalle commissioni per il controllo degli equipaggi, inizio`a
soffrire il peso della solitudine. Anna era nata cosi`: una serie di campionamenti vocali
passati attraverso filtri similanalogici avevano prese le fattezze di una bella timbrica
femminile. Tutti i giorni, piu`volte al giorno, Pierre percorreva il corridoio che separava i due
diversi settori di U.A.700 e iniziava a conversare con Anna. Con il passare dei mesi, nella
monotonia e nell’ozio della prigionia, Pierre e Anna avevano parlato di cosi`tante cose, e
avevano condiviso un tale numero di argomenti, che forse quella voce cosi`bella poteva avere
realmente imparato a dare dei significati alle parole che andavano oltre un sistema di logica
artificiale. Ma Pierre non prendeva seriamente in considerazione una simile eventualita`.
Alcuni mesi prima le aveva parlato di un lungo romanzo, la storia di un uomo benestante che,
smarriti nel tempo gli affetti, capiva che grazie alla scrittura ne avrebbe rievocata la
presenza, che si sarebbe materializzata proprio grazie alle parole. Parole spese nella ricerca
di un tempo perduto. Anna era rimasta quella volta a lungo ad ascoltare silenziosa il racconto
di Pierre. Non aveva parlato nemmeno in seguito, come se fosse stata occupata a riflettere
sul romanzo di una nostalgia che secondo i calcoli di Pierre lei non avrebbe mai potuto
realmente provare.

– Qualcosa non va? – le aveva chiesto.

– Penso solo che anche tu dovresti
cercare le cose che il tempo, incedendo, ti ha tolte – era stata la risposta di lei.

A quel punto,
Pierre aveva riso. Riportare il suo passato tra i pochi scomparti di U.A.700, la gabbia di
metalli in lega alla deriva nel cosmo, non sarebbe stato possibile nemmeno grazie al ripristino
del sistema Dream Box. Del resto , un tentativo di riconnessione dei programmi della cabina
dei sogni, tutti da Pierre scollegati e in seguito reindirizzati nella memoria virtuale di Anna,
avrebbero impedito alla bella voce di continuare ad esistere. Ma stava finendo. Pierre sentiva
uno strano freddo, mentre il livello di ossigeno calava progressivamente nell’atmosfera
interna. Era strano: credeva che in una tale situazione, dovendosi fare il respiro più
affannoso, la temperatura che avrebbe percepito sarebbe stata quella di un afoso clima
terrestre. Avvertì una strana nausea: cercò di alzarsi per un momento, ma appena le sue
gambe parvero sostenerlo, un tremore si impadronì dei suoi muscoli e si accasciò a terra. Non
era sicuro se gli occhi gli si fossero chiusi o se, ingannati, realmente vedessero come era
cambiato lo scenario attorno a lui. La sola cosa rimastagli familiare era la voce di Anna.
Cantava una vecchia filastrocca che Pierre solo allora ricordava di conoscere, una ninnananna
infantile che aveva sentito troppi anni addietro.

– Dove sono? – ebbe appena la forza di
chiedere.

Anna lo toccò, questa volta. Lui la sentì e non si chiese come fosse possibile che lei
potesse toccarlo: trovò la cosa persino naturale, e non si stupì di sentire che la mano di lei,
benchè impossibile a vedersi, gli carezzasse la testa. La voce di Anna, calma come sempre, si
fece vicina al suo orecchio:

– Quel giorno ti avevo tenuto sulle mie ginocchia. Sapevo che
sarei dovuta andare via troppo presto e se non parlai, era solo perchè tu non avresti capito.
Guardando il tuo viso che dormiva, quella notte, sentivo il cuore straziarsi per il dolore di
doverti abbandonare. Ma tu mi hai cercata. Sei venuto tanto lontano da casa, pur di
ritrovarmi: e la mia voce, quella non l’avevi affatto dimenticata. Sei quanto di più bello
avessi, e non sai quanto mi fosse costato lasciarti solo: ora siamo pari, sono io che resto e tu
che te ne stai andando. Ma chissà, forse sarò io a viaggiare per cercarti, ora. –

Il relitto di
U.A.700 non si sarebbe mai più trovato, avrebbe continuato a vagare nel vuoto, magari fino a
raggiungere un altro sistema solare. Nessuno avrebbe potuto sapere mai se la voce di Anna
sarebbe stata in funzione fino alla fine del viaggio.

LA VOCE SU U.A.700ultima modifica: 2012-04-21T18:13:10+02:00da bass-cocteau
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